100 e più buone ragioni per regalare un libro ad un bambino

“Riempite le case e le scuole dei libri. Colmate le stanze di albi illustrati, enciclopedie e raccolte d’arte. Un libro per un bambino vale più di cento giochi. Un libro per un bambino può essere scintilla d’infinito”.

Serendipità – Associazione Lilliput (Osimo)

 

Illustrazione di Gennine Zlatkis

Il Natale si avvicina. I giorni che ci dividono dal gioioso giorno di festa sono sempre meno. Lo percepiamo anche senza controllare il calendario o il cellulare. Le vetrine dei negozi hanno da tempo ricreato spazi “innevati”, tra i prodotti esposti si intravedono i tipici animali che tanto ci ricordano i boschi e l’inverno: cervi, orsi di tutte le misure, scoiattoli, pettirossi, gufi…E’ un tripudio di rosso, oro, verde. Conifere vere o artificiali riempiono le case e gli spazi pubblici insieme alle amate e caratteristiche luminarie, che tanto fanno quella sensazione di “festa collettiva” per il solo fatto di essere accese.

Più il tempo passa e più ci sopraggiunge nel cuore il dilemma dei regali. La lista è lunga: figli, genitori, parenti e amici. Corriamo alla ricerca di un regalo per ciascuno.

Ovviamente (e ancora per fortuna) tra i regali più gettonati ci sono anche i libri. Nel periodo natalizio il numero degli acquisti in questo settore schizza alle stelle eppure i dati statistici derivati da interviste e rilevazioni ci dicono che in Italia i non lettori aumentano e che il 30% degli intervistati non legge a causa della mancanza di tempo.

In ogni caso il settore dell’editoria sta crescendo e sviluppandosi. I dati positivi ci sono:  è aumentato il numero di case editrici, rispetto al 2010 sul mercato ci sono 755 nuove case editrici che cercano un posticino per il loro marchio e per il loro progetto editoriale sugli scaffali delle librerie di tutta la Penisola e non solo.

Nel nostro Paese ogni anno vengono pubblicati circa 6.000 nuovi titoli dedicati alla letteratura per l’infanzia e i ragazzi (albi illustrati e narrativa). E qui viene il difficile. In tutto questo “mare” di libri e pubblicazioni come ci orientiamo?

Cosa distingue un buon libro da un libro meno buono?

Cosa ci guida nella scelta e nell’acquisto di un libro per i nostri bambini?

Recentemente ho avuto il piacere di partecipare ad un seminario di formazione tenuto da Alessia Napolitano, libraia e formatrice della Libreria Radice-Labirinto di Carpi (MO) ed organizzato dalla Biblioteca Civica “G. Bedeschi” di Arzignano (VI) durante la settimana nazionale “Nati per Leggere 2018”.

Illustrazione di Gennine Zlatkis

Il titolo era affascinante ma allo stesso tempo impegnativo “Il Passepartout. Accedere al senso critico del lettore e aprire la porta dell’infanzia” (il seminario fa parte di un ciclo più ampio di incontri “Nuove chiavi per leggere e pensare la letteratura per bambini e ragazzi” https://www.radicelabirinto.it/formazione/i-seminari-dal-vivo/nuove-chiavi/)

L’infanzia è stato il fulcro di tutta la giornata, partendo da due domande che possono sembrare molto banali ma che racchiudono in sé un potere enorme: dov’è il bambino? Quale infanzia andiamo cercando?

Alessia Napolitano introduce e spiega anche nel suo blog quello che spesso accade: “Meditavo sul fatto che per molti adulti che entrano in libreria le memorie d’infanzia sono spesso stereotipate, come se di fronte all’acquisto di un libro ( e forse non solo in questa circostanza) essi perdessero la capacità di ricondursi al loro sé bambino. Una sorta di indicibilità acquisita, una difficoltà cioè non tanto intrinseca all’infanzia, ma alla memoria, che non sa più ricordare e raccontarsi davvero, come se un’infanzia altra (o di qualcun altro) si sovrapponesse inesorabilmente alla propria. Ma di quest’altra infanzia, così canonizzata, e così assoluta e così paradossalmente impersonale, si trovano ovunque immagini e parole ( e a buon mercato!) perché il commercio ha bisogno di vendere e quindi di veicolare sapori, odori, sensazioni, emozioni …peccato che i ricordi costruiti in questo modo siano fittizi o peggio – perché i più difficili da sradicare – idealizzati”.

Che parole associamo al termine “Infanzia”? Abbiamo provato durante il seminario, ad occhi chiusi, una sorta di brainstorming ma senza problemi da risolvere. Eravamo una ventina di persone diverse e la lettura dell’elenco di parole è stato alla fine l’atto di chiusura del seminario.

Alla parola “Infanzia” abbiamo associato solo termini “positivi” riconducibili a ricordi offuscati  della nostra: sole, risate, bicicletta, giallo, nonni, scuola, gioia, regali, Natale, neve, festa, giocattoli, coccole, mamma, amici ecc….

E pian piano nell’analisi concreta, attraverso la lettura di alcuni titoli, abbiamo via via scoperto che la nostra idea di infanzia è spesso influenzata da concetti introdotti dal mondo dei consumi, dalla moda del momento, da pregiudizi e da giudizi esterni.

L’infanzia, come ci viene presentata dalla televisione, dai film, dai cartoni animati, negli oggetti che quotidianamente compriamo e anche nei libri, risulta essere idealizzata, emozionale, sentimentalista, edulcorata, estasiata.

Ci siamo tutti sorpresi di quanto le immagini veicolate dalla nostra società contemporanea siano così totalizzanti e minino i concetti più puri e vicini al cuore, fino ad arrivare a sostitursi a ricordi, a sensazioni, a pensieri nostri autentici.

E’ faticoso riaccuffare quell’io bambino, comporta una grande fatica quasi una lotta ad uscire da una melma che ormai ci ha inghiottito giorno per giorno. La nostra idea di infanzia e di come dovrà essere quella dei nostri bambini potrebbe essere compromessa per sempre in quest’ottica, ma la speranza di poter ritrovare quanto smarrito non deve spegnersi.

illustrazione di Gerda Muller

Ed è proprio da qui che bisogna ripartire quando scegliamo o regaliamo un libro per un bambino.

Una buona storia è come un bosco di sentieri nel quale si aprono una multitudine di scelte. Non deve avere per forza lo scopo di insegnare o avere una morale. Le vere storie lasciano la libertà anche di non prendere nulla.

Come un sasso nello stagno

Ci sono 100 e più buone ragioni per regalare un libro ad un bambino ma siete voi che dovete fare la differenza. Non fidatevi solo delle pubblicità e degli sconti, entrate dentro i libri che siete in procinto di comprare. Toccate la fattura della carta, la qualità delle illustrazioni, sviscerate le parole che compongono il testo e sentite se qualcosa stona…andate oltre continuate ad investigare e a domandare al vostro io: dov’è il bambino?

Non andate al supermercato a comprare i libri, andate in una libreria. Condividete con i librai i vostri dubbi, le vostre perplessità e le vostre domande sui prodotti dell’editoria che vi stanno vendendo. Dialogate perchè possiate trovare il sentiero che desiderate percorrere ma allo stesso tempo lasciarvi alle spalle. E fatelo fare anche ai vostri bambini.

Uno dei più grandi ostacoli che poniamo noi adulti è questo: ai bambini si legge solo ciò che possono comprendere appieno. Quanti libri scartiamo, censuriamo, modifichiamo convinti di fare un bene al nostro bambino, senza però riflettere di quante privazioni intellettuali impoveriamo il suo entusiamo.

Regalando un libro e/o leggendolo insieme stiamo regalando anche PAROLE. Le parole non sono solo significato. Sono in primo luogo SUONO.

Ancora una volta Gianni Rodari è maestro nel coinvolgerci con una semplice immagine: un sasso lanciato in uno stagno.

Illustrazione di ELsa Beskow

«Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad avere tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere.» (Grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, 2017, pag. 11)

Illustrazione di Lennart Helje

Anche una singola parola può produrre molto, può creare pensieri perchè da “belle” parole si producono “bei” pensieri, che nella nostra società stanno via via scomparendo, lasciando un deserto di idee e di concetti che ci assopisce e ci fa addormentare di fronte al mondo che ci circonda. Questa ragione è la prima della mia lista…e per voi, qual è la vostra?

 


Mariairene Didoni – Autrice –

Mamma di Matilde e appassionata di libri e d’arte.

Sono laureata in Storia dell’Arte e conservazione dei beni artistici e sin da piccola il mondo dei libri e dell’illustrazione mi ha sempre affascinato. Mi dedico alla pittura ad acquerello e all’organizzazione di letture condivise per bambini come volontaria presso la Biblioteca del quartiere di Anconetta, succursale della sede centrale di Vicenza della Biblioteca Civica Bertoliana.

Ho seguito diversi seminari e corsi di formazione nell’ambito della promozione della lettura per tutte le età a partire dalla primissima infanzia ma anche dalle letture al pancione durante la gravidanza.

Sono diventata “Lettore Custode” grazie alla formazione ideata e realizzata da Alessia Napoletano presso la sua Libreria per l’Infanzia “Radice-Labirinto” di Carpi (MO). La metodologia del “Lettore custode” è in via di definizione e sperimentazione e si prefigge lo scopo di infondere l’amore per le storie e la lettura.Diventare mamma mi ha dato la possibilità di riscoprire e riassaporare le mie diverse passioni e mi ha portato a “rileggere” nel vero senso della parola una lunga lista di libri, ripartendo dagli albi illustrati e dai grandi classici della letteratura per l’infanzia e per i ragazzi, oltre ad altri libri non convenzionali.

La mia mente ha sempre fame di parole e di immagini che facciano vibrare le corde del cuore e dell’anima.

Con la rubrica “Un mondo di cose da leggere” vorrei accompagnarvi e aiutarvi a far visita al vostro “io” bambino/bambina e a condividere con tutta la vostra famiglia le potenzialità che la lettura e i libri possono offrire.

“Vorrei che tutti leggessero. Non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”. (Gianni Rodari)

SPECCHIO RIFLESSO!

SPECCHIO RIFLESSO!
Quando i bambini scrivono al contrario: perché accade e cosa fare.

Chiunque abbia a che fare con bambini di 5-6 anni avrà visto o sentito parlare di scrittura speculare, cioè di numeri, lettere o intere parole scritte al contrario.

Questo potrebbe inizialmente far pensare di avere in casa un piccolo erede di Leonardo da Vinci, ma poi la sfrenata voglia di sapere e il caro “buon” Google potrebbero far sprofondare i genitori nell’ansia: forse non è abbastanza intelligente? Sarà dislessico? Avrà difficoltà visive?

La realtà è che la scrittura a specchio è una cosa estremamente comune nei bambini tra i 5 e i 7 anni e, contrariamente a quanto si possa pensare, non esiste alcun legame tra intelligenza e scrittura a specchio.

Emisferi cerebrali e simmetrie

Secondo alcuni studi americani del secolo scorso, ogni volta che vediamo un oggetto nuovo (quindi anche una lettera dell’alfabeto), questo viene memorizzato nell’emisfero cerebrale destro; ne viene anche creata una copia speculare nell’altro emisfero sinistro, per permetterci di riconoscere le simmetrie. Non essendosi ancora stabilita nel bambino una dominanza emisferica e, conseguentemente, dovendo fare i conti con la difficoltà a distinguere le simmetrie, è alta la probabilità che venga richiamata una memoria “errata” (la lettera speculare) al posto di quella corretta. Con la progressiva maturazione del cervello, il bambino imparerà ad utilizzare l’emisfero dominante senza più “errori”, e pertanto il fenomeno della scrittura a specchio tenderà a scomparire in maniera naturale.

Lateralità manuale

Alcuni studi più recenti hanno legato il fenomeno soprattutto alla lateralità manuale (“chi scrive con la sinistra ha una maggiore tendenza alla scrittura speculare”).

Il bambino mancino sembra essere più propenso a scrivere da destra a sinistra (in modo da avere la possibilità di leggere la parola appena scritta senza coprirla con la mano), ma, studi che hanno preso in considerazione ampie popolazioni, hanno notato fenomeni di scrittura speculare anche in molti bambini che scrivono con la destra, soprattutto tra i 5 e i 7 anni, rendendo questa ipotesi poco indicativa.

Direzionalità della scrittura e orientamento delle lettere

La teoria attualmente più accreditata sostiene che il bambino con scrittura speculare farebbe fatica a capire che la direzionalità della lettera ha un valore identificativo. Così come un oggetto qualsiasi, ad esempio una scarpa, rimane tale anche se orientata diversamente o ribaltata, anche una lettera o un numero, se capovolti, dovrebbero mantenere la loro “entità”.

Questa capacità di generalizzazione è un processo molto importante che definisce un passaggio evolutivo nella sua elaborazione cognitiva di uno stimolo visivo. Arrivato a questo punto, però, il bambino deve “disimparare” questa generalizzazione quando si tratta delle lettere o dei numeri, perché una lettera scritta specularmente è considerata errata o cambia di significato. Ma perché la scrittura speculare si manifesterebbe soprattutto su certe lettere e non (o meno) su altre?

La nostra scrittura segue un orientamento sinistra-destra e la maggior parte delle lettere latine (quelle del nostro codice scritto) ha un gambo verticale e una o più appendici attaccate alla sua destra (D – B – F ecc.), così come molti numeri si sviluppano verso destra, ad esempio 3, 6 o 7. Quindi, i bambini che ricordano la forma di una lettera o di un numero ma che dimenticano il suo orientamento sinistra/destra tendono a produrre l’orientamento che hanno osservato essere il più comune, nel nostro caso quello verso destra. Ai bambini viene insegnato raramente in modo esplicito che esistano tali somiglianze visive tra le forme delle lettere, ma la loro propensione a sbagliare a favore della maggiore probabilità suggerisce che le raccolgono implicitamente.

Scrittura speculare e apprendimento

In nessuno studio recente viene indicata correlazione tra inversione e specularità nella fase iniziale dell’apprendimento della letto-scrittura e l’insorgenza di disturbi specifici dell’apprendimento nelle successive fasi. Diventa però un campanello d’allarme quando persiste anche in classi successive alla seconda elementare, dai 7/8 anni: in questo caso, soprattutto se non si presenta come unico difetto nel processo di apprendimento, potrebbe essere indicato un approfondimento diagnostico per escludere eventuali DSA.

Ma è opportuno fare qualcosa per aiutare i bambini in questa fase?

In realtà, trattandosi per lo più di una fase transitoria, l’indicazione generale è di non intervenire, onde evitare di focalizzare l’attenzione del bambino su errori che non può controllare creando inutile ansia. Piuttosto, potrebbe essere utile fornire, al bambino che inizia ad avvicinarsi al codice scritto, tutte le lettere e i numeri scritti correttamente in un supporto da cui possa attingere ogni volta che ne senta la necessità, come ad esempio un alfabetiere figurato.


BIBLIOGRAFIA

Fischer JP, Koch AM. (2016), Mirror writing in 5- to 6-year-old children: The preferred hand is not the explanation.Laterality. 21(1):34-49.

Fischer JP (2017), Character Reversal in children: the prominent role of writing direction, Read Writ. 30:523-542

Suitner, C., & Maass, A. (2016). Spatial agency bias: Representing people in space. Advances in Experimental Social Psychology, 53, 245–301. doi: 10.1016/bs.aesp.2015.09.004.


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Chi ha paura dell’otorino?

Chi ha paura dell’otorino?
Guida alle figure professionali che si occupano della valutazione e del trattamento dei disturbi e dei ritardi del linguaggio (ma non solo)

Quando un genitore decide di iniziare un percorso di valutazione del linguaggio per il proprio bambino si può trovare spaesato tra visite, professionisti e percorsi proposti, senza riuscire a capire bene quale sia la strada giusta da seguire.

Ecco quindi un breve scritto per cercare di mettere un po’ di ordine, fermo restando che l’ultima parola spetta all’AULSS di appartenenza.

A chi bisogna rivolgersi per una valutazione del linguaggio?

Innanzitutto occorre differenziare il percorso con l’ASL (convenzionato) da quello privato.

Nel primo caso occorre rivolgersi al CUP, dove verrà richiesta l’impegnativa da parte del pediatra per poter iniziare il percorso di valutazione.

Ogni ASL ha regole diverse (ma anche la stessa può variare le proprie direttive nel tempo) quindi è opportuno richiedere direttamente al centralino quali siano le visite da fare.

Solitamente viene previsto un primo incontro con i soli genitori per aprire la cartella clinica del bambino, che verrà in seguito sottoposto a visita neuropsichiatrica, psicologica e logopedica per avere un quadro generale della situazione; non in tutte le ASL sono previste di prassi la visita foniatrica e quella otorinolaringoiatrica, anche se spesso vengono richieste e quindi svolte privatamente dalle famiglie.

Verrà quindi rilasciata una valutazione scritta e il bambino verrà inserito in lista d’attesa per essere richiamato per il trattamento (con tempi che variano da pochi mesi a 2 anni circa).

Diversa è la questione se ci si rivolge privatamente: dopo un primo incontro con la logopedista, viene deciso con la famiglia, in base alle caratteristiche del bambino, a quale professionista sia più opportuno rivolgersi per poter avere un’indicazione clinica e terapeutica.

Va precisato, infatti, che il logopedista NON PUÒ emettere alcuna diagnosi, non essendo medico, ma può stilare un progetto terapeutico in base a quanto scritto sulla diagnosi rilasciata, appunto, dal medico.

Esiste anche una terza via, in realtà: il centro privato-convenzionato. Anche in questo caso occorrerà informarsi sul percorso previsto dalla struttura contattando direttamente il centralino.

Chi è il neuropsichiatra? E in cosa consiste una sua visita?

Il nome altisonante non deve spaventare, il neuropsichiatra infantile (detto anche NPI) è un medico specializzato per la valutazione dello sviluppo psicomotorio generale e delle sue difficoltà.

È la figura professionale per eccellenza quando si tratta di valutazioni di situazioni complesse, nell’ambito logopedico viene interpellato di fronte a ritardi linguistici importanti o ritardi generali dello sviluppo o ancora quando si sospetta una co-morbilità con altre patologie.

Durante la visita npi vengono valutate le funzioni di base e i riflessi, la grosso motricità e la fine motricità, la coordinazione, il gioco.. ricorda un po’ una visita pediatrica, solo più approfondita.

Quali sono le altre visite che possono risultare utili in caso di ritardo o disturbo del linguaggio?

Come prima indagine si consiglia sempre un esame audiometrico, spesso svolto durante la visita otorinolaringoiatrica (ORL), che ha lo scopo di verificare la capacità uditiva del bambino.

In base all’età del bambino può essere effettuato in cabina con le cuffie oppure in campo libero e può prevedere il riconoscimento di parole o suoni (vocale o tonale).

Durante la visita ORL, invece, viene valutata l’integrità del distretto testa-collo (frenulo linguale, frenulo labiale, tonicità generale), dell’orecchio (udito ed equilibrio), del naso (respirazione e apnee del sonno, adenoidi) e della gola (voce e deglutizione, eventuale ipertrofia delle tonsille).

Una volta appurata la buona capacità uditiva, si può decidere di rivolgersi al foniatra, che si occupa della diagnosi e del trattamento delle patologie della comunicazione, tra le quali rientrano le turbe della parola, del linguaggio e della voce, oltre ai disturbi della deglutizione.

Quali sono le figure professionali che possono intervenire nella valutazione e nella riabilitazione dei disturbi del linguaggio?

Naturalmente, la figura deputata a tale scopo è per eccellenza quella del logopedista. Tra i suoi compiti si trovano infatti quello della prevenzione, della valutazione e della cura delle patologie e dei disturbi della voce, del linguaggio, della comunicazione, della deglutizione e dei disturbi cognitivi connessi (relativi, ad esempio, alla memoria e all’apprendimento).

Il logopedista, lavorando solitamente in équipe con altri professionisti, è in grado di redigere un percorso di riabilitazione per obiettivi e con la collaborazione della famiglia può prendere in carico anche bambini molto piccoli per i quali sia necessario lavorare già a livello di prerequisiti al linguaggio orale.

Nel caso di bambini molto piccoli, poco collaborativi o per i quali si sospetti un ritardo psicomotorio, può essere utile il consulto del terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), che non è un medico, ma che provvederà alla valutazione generale dello sviluppo e potrà redigere un piano di lavoro personalizzato in base agli ambiti in cui ritiene più necessario un intervento (motricità globale e fine, attenzione, coordinazione..).


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Aiuto! Il mio bambino non parla!

Aiuto! Il mio bambino non parla! Cosa fare quando le parole si fanno attendere.

Molto spesso le mamme di bambini “parlatori tardivi” (o late talkers) che si rivolgono al pediatra in cerca di supporto per capire come poter aiutare il proprio bambino a parlare si sentono rispondere che “è presto, aspettiamo l’asilo che magari si sblocca!”

Vediamo insieme i motivi per cui non sempre aspettare così tanto può essere positivo.

IL BAMBINO NON E’ UNA CASSAFORTE.

Di conseguenza, nessun bambino si può “sbloccare”.

Il linguaggio è una funzione specifica e che segue delle tappe di sviluppo, in maniera solitamente fluida e senza troppi impicci, ma può capitare che in alcuni momenti questo sviluppo rallenti o sembri addirittura arrestarsi.

L’importante è che, nonostante un linguaggio poco utile, il bambino mantenga la volontà comunicativa (sguardo, indicazione, vocalizzo..).

Il motivo per cui molto spesso viene consigliato di aspettare l’inizio della scuola dell’infanzia, prima di rivolgersi ad uno specialista, sta nel fatto che molti bambini vengono affidati alle cure di famigliari o asili nido fin da piccolissimi, riuscendo a creare una comunicazione comprensibile alle figure di riferimento che fungono spesso da traduttori e non rendendo quindi necessario un miglioramento della produzione linguistica.

Il passaggio ad un’altra realtà potrebbe favorire uno sviluppo del linguaggio proprio perché il contesto diverso mette il bambino nella condizione di dover trovare nuove tecniche per farsi capire dalle insegnanti.

Questo però non significa che automaticamente, varcata la soglia della scuola, il bambino imparerà a parlare bene ma solamente che, nel giro di qualche mese, potreste assistere ad un’evoluzione del linguaggio a cui non eravate preparati.

IL RISVOLTO EMOTIVO

Se è vero che spesso con l’inizio della scuola dell’infanzia molti bambini migliorano moltissimo il loro linguaggio, è altrettanto da considerare l’aspetto emotivo del “non parlare”.

Molti bambini che non riescono a spiegarsi sono infatti spesso etichettati come “chiusi, introversi” o, al contrario, come “maneschi e violenti”. Ma non sono né una né l’altra cosa, probabilmente: sono semplicemente dei bambini che non sanno spiegare a parole quello che vorrebbero e passano quindi, nella maggioranza dei casi, alla comunicazione primordiale (ed universalmente compresa), cioè quella con le mani.

“Se non riesco a spiegarti che quel gioco non me lo devi portare via, ti mordo la mano e lo capisci”

“Se ho fame e sono in Russia ma non parlo russo, uso il gesto di massaggiarmi la pancia e qualcuno di sicuro mi capirà”

I due messaggi utilizzano entrambi lo stesso canale, con i dovuti filtri di cui la vita ci dota man mano che cresciamo, rendendoci capaci di capire quali gestualità siano accettate e quali invece decisamente sconvenienti (anche se non sempre ci applichiamo).

Il bambino che non riesce a spiegare quello che desidera è molte volte un bambino frustrato, che si sente impotente e spesso incompetente: non si sente un comunicatore degno di attenzione. E questo aspetto andrebbe sempre valutato, a prescindere da qualsiasi consiglio ricevuto.

QUANDO PREOCCUPARSI

Nella mia quasi decennale esperienza sono giunta ad una conclusione: è meglio sentirsi dire che “è troppo presto” piuttosto che “è troppo tardi”. Naturalmente, le due indicazioni di cui sopra dovrebbero arrivare da professionisti specializzati nel campo, non dall’amica con 15 figli che “ne sa” o dal fruttivendolo “che è stato anche lui dislessico perché non parlava”. (N.d.r.: il dislessico è chi non sa leggere, nulla ha a che fare con le difficoltà linguistiche!)

Il linguaggio orale ha alla base una catena di competenze che si sviluppano già nella vita intrauterina. Di conseguenza, se ad un bambino non bastano 3 anni per imparare a parlare la sua lingua madre, forse c’è qualcosa che glielo impedisce. Ad esempio, potrebbe non sentire bene, oppure potrebbe avere il frenulo troppo corto o le adenoidi ingrossate. Oppure ancora potrebbe non aver capito il motivo per cui dovrebbe spiegarsi a voce. Le variabili sono davvero tante e difficili da generalizzare.

In linea di massima, quando a 2 anni il bambino non parla se non per chiamare “mamma e papà”, se utilizza preferibilmente il canale gestuale, se non appare interessato alla ripetizione allora un consulto con una logopedista potrebbe essere utile.

Quando si rivolgono a me mamme di bambini sotto i 3 anni, la presa in carico è globale, si accoglie l’intera famiglia, non si lavora sul bambino direttamente ma si cerca di modellare le modalità comunicative dei genitori, che imparano “come si fa” a stimolare il linguaggio del loro bambino e diventano i veri protagonisti di tutte le nuove acquisizioni del loro bambino.

Se invece il vostro bambino dice qualche parolina e volete ascoltare il consiglio del pediatra, rimandando il consulto logopedico a dopo l’inizio della scuola dell’infanzia, prestate attenzione all’evoluzione linguistica del vostro bambino: già a Natale dovreste assistere ad un incremento tangibile sia qualitativo che quantitativo delle parole e frasi prodotte. Se così non fosse, forse è arrivato il momento di rivolgersi allo specialista.

“Quando il tempo passato a non parlare è poco e la presa in carico è precoce, i tempi (e i costi) di recupero sono minori come migliori sono i risultati!”


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Parola alla logopedista

A cura di Silvia De Cao

 

Parola alla logopedista, rubrica rivolta ai genitori che hanno dubbi, domande e curiosità sul linguaggio dei propri figli.

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Aiuto! Il mio bambino non parla!

 

 

 

Chi ha paura dell’ottorino?

 

 

 

 

Specchio  riflesso

 

 

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare!

 

 

 


Silvia De Cao – Autrice – 
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

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