Allattare al seno: un investimento per la vita

Allattare al seno: un investimento per la vita

Essere mamme a Vicenza sostiene l’allattamento al seno e le buone pratiche per un allattamento consapevole.

Oggi vi proponiamo le linee guida dell’OMS (Organo Mondiale della Sanità) e dell’Unicef 2018, promosse dal Ministero della Salute e divulgate attraverso un opuscolo chiaro e di facile consultazione (cliccate sul link sottostante):

Linee guida allattamento al seno Ministero della Salute

All’interno dell’opuscolo troverete tante informazioni utili per tutto il periodo che va dalla gravidanza al rientro al lavoro e al proseguimento dell’allattamento oltre i 2 anni di vita del bambino.
L’indice cita le seguenti voci:
L’IMPORTANZA DELL’ALLATTAMENTO
  • Un modo per comprendere e soddisfare
  • i bisogni del tuo bambino
  • Naturalmente mamma
  • Allattamento: unico ed ineguagliabile
  • Allattare è un diritto
  • Si parte!
  • Il contatto pelle a pelle
IN QUALE MODO ALLATTARE
  • Posizioni ed attacco
  • Attacco al seno guidato dal bambino o posizione semi-reclinata
  • Come capisco che è attaccato in maniera adeguata?
  • Sentirò dolore?
  • Sarò capace?
  • Come faccio a capire che ha fame?
ALLATTAMENTO A RICHIESTA e prevenzione dei problemi del seno
  • Quando allattare? Quante volte?
  • Il latte viene allattando
  • Quanto dura una poppata?
  • Uno o entrambi i seni per ciascuna poppata?
  • Ma ho abbastanza latte?
  • Come prevenire i problemi al seno?
  • Le ragadi
  • L’ingorgo mammario
  • La mastite
I PRIMI GIORNI
  • Allattare da subito
  • Travaglio e parto
  • In sala parto
  • Ma quando arriva il latte?
  • L’UNICEF e gli Ospedali Amici dei Bambini
  • I 10 passi degli Ospedali Amici dei Bambini
  • Codice etico sostituti del latte materno
ALLATTARE E LAVORARE si può!
  • Informazioni utili a decidere
  • Riposo lavorativo per allattamento
  • Congedo parentale
  • Spremitura del latte
  • Cosa fare prima di iniziare la spremitura
  • Spremitura manuale
  • Il tiralatte
  • A) Tiralatte manuali
  • B) Tiralatte elettrici
  • Se usi un tiralatte elettrico
  • Come conservare il latte materno
  • I contenitori
  • La donazione del latte (Per Vicenza: AllattandoVI)
ALLATTAMENTO, SOCIETÀ e sostegno alla donna
  • Per allattare serve una dieta speciale?
  • L’allattamento è compatibile con uno stile di vita moderno
  • Fino a quando allattare?
  • Sostegno familiare, del partner e degli amici
  • Il ritorno a casa: a chi rivolgersi?
  • Risorse web e informazioni sull’allattamento

 

FONTE: http://www.salute.gov.it/portale/home.html

Autosvezzamento vs svezzamento tradizionale: and the winner is..

L’argomento svezzamento può essere particolarmente scottante.
Quando le mamme si confrontano possono dare origine a dibattimenti anche molto accesi riguardo all’argomento.

Autosvezzamento o svezzamento tradizionale: cos’è meglio per i nostri bambini? Premesso che nessuna mamma deve sentirsi di serie A o di serie B rispetto alle altre, andiamo a vedere nel dettaglio di cosa stiamo parlando.

Il termine “svezzamento” definisce un momento nella fase dello sviluppo in cui il bambino passa da un’alimentazione esclusivamente lattea a un’alimentazione simile a quella di un adulto.

Generalmente inizia intorno al 6° mese di vita (secondo le raccomandazioni dell’OMS) e si conclude intorno al 2° anno, con la cessazione dell’allattamento.

Sempre secondo l’OMS le regole d’oro dello svezzamento (indipendentemente dal metodo seguito) devono tenere conto di alcuni punti fondamentali:

  • L’alimentazione complementare deve essere SICURA;
  • Deve RISPETTARE I TEMPI del bambino;
  • Deve essere ADEGUATA.

Lo svezzamento è un periodo cruciale sotto molti punti di vista: cambiano le esigenze nutrizionali, si sviluppano le preferenze per l’uno o l’altro cibo, si sviluppa un’educazione alimentare e si pongono le basi per un corretto (si spera!) peso corporeo.

Fino a 10-15 anni fa il primo approccio allo svezzamento prevedeva l’apprendimento all’uso del cucchiaio per alimentarsi con cibi dalle consistenze morbide (tipiche delle puree) per poi gradualmente raggiungere l’alimentazione definitiva.

Successivamente dal Regno Unito e dalla Nuova Zelanda si è fatto largo un nuovo modo di approcciarsi all’alimentazione complementare che va sotto il nome di “Autosvezzamento”. Il termine è stato coniato nel 2005 da Gill Rapley, una ricercatrice che si è occupata di svezzamento, ispirata dai suoi due figli.

L’autosvezzamento consiste nello stimolare il bambino ad alimentarsi da solo rendendolo partecipe durante i pasti e offrendogli ciò che anche i genitori stanno mangiando in quel momento.
Il principio cardine si basa sulle capacità autoregolative del bambino: il genitore offre un alimento, sarà poi a discrezione del bambino scegliere cosa mangiare, in che quantità e quanto velocemente.

Un’altra importante differenza tra autosvezzamento e svezzamento tradizionale consiste nell’educazione ai sapori: spesso in quest’ultimo caso vengono mescolati assieme più ingredienti nella stessa pappa che non sempre sono ben distinguibili. Al contrario, con l’autosvezzamento viene proposto un tipo di alimento per volta in modo da offrire la possibilità al bambino di conoscere il sapore sviluppando anche un migliore senso di sazietà.

L’autosvezzamento suscita sempre qualche perplessità da parte dei pediatri o dei genitori perché ne viene messa in discussione l’adeguatezza dell’apporto energetico e di nutrienti, Ferro in particolare.
Inoltre preoccupa il rischio di soffocamento.

In uno studio recente è stata raccolta tutta la letteratura scientifica riguardante i metodi di svezzamento dal 2000 ad oggi. Grazie a questo lavoro è finalmente possibile fare delle considerazioni oggettive, che vanno al di là delle opinioni o delle esperienze personali.

  1. E’ vero che con l’autosvezzamento c’è un rischio maggiore di soffocamento?

NO. Attualmente non esistono studi che suggeriscano questa correlazione, pertanto il rischio di soffocamento è paragonabile nei due metodi di svezzamento.

  1. L’autosvezzamento determina un maggior rischio di avere un apporto energetico inadeguato con conseguenze negative sulla crescita? 

SI e NO. Alcuni studi hanno evidenziato che con lo svezzamento tradizionale l’apporto energetico è maggiore e più adeguato rispetto all’autosvezzamento. Tuttavia a un minor apporto di cibo solido solitamente corrisponde un maggior numero di pasti lattei di compensazione.

Secondo altri studi con l’autosvezzamento i bambini assumerebbero cibi più carichi, soprattutto di grassi saturi.
Alla fine quindi non ci sarebbero tutte queste grandi differenze di apporto energetico.

  1. L’autosvezzamento causa un inadeguato apporto di Ferro? 

SI e NO. Il Fe è uno dei micronutrienti che dopo i 6 mesi deve necessariamente essere integrato attraverso l’alimentazione complementare poiché il latte materno non è più sufficiente a soddisfarne il fabbisogno.

Se consideriamo lo svezzamento tradizionale, in cui si fa uso di farine di cereali fortificate e di omogeneizzati di carne è chiaramente più difficile che vi sia un deficit.

Con l’autosvezzamento al bambino dovrebbe essere proposta essenzialmente la carne in pezzetti, spesso non adeguata alle sue capacità masticatorie, e questo determina facilmente un minor apporto di Fe.
Tuttavia alimenti alternativi come i legumi possono tranquillamente essere inseriti fin dalle prime settimane di svezzamento, andando a risolvere questa problematica.  

  1. Quali sono gli effetti del tipo di svezzamento sul peso del bambino?

Secondo alcuni studi l’autosvezzamento porta ad avere bambini con peso inferiore rispetto al metodo tradizionale.
Detta così sembra una brutta cosa: in realtà lo svezzamento tradizionale spesso porta ad avere bambini obesi.

L’autosvezzamento più che determinare un peso minore, conduce verso il “normopeso”. Tuttavia dai 12 mesi in poi i bambini autosvezzati o svezzati tradizionalmente mostrano pesi molto simili.

  1. Quali conseguenze ha l’autosvezzamento rispetto alla qualità della dieta e le preferenze dei cibi?

Ecco qui il punto chiave della questione, la risposta è: DIPENDE.
Se nello svezzamento tradizionale vengono offerti cibi con determinate proprietà (privi di zuccheri, di sale, di insaporitori, ecc..) lo stesso non si può dire per l’autosvezzamento.

Qui il ruolo dei genitori e della loro alimentazione è fondamentale. Se la famiglia possiede una buona educazione alimentare, il bambino non avrà grossi problemi. Anzi, molto probabilmente imparerà ad accettare più facilmente un’ampia varietà di cibi risultando meno choosy (termine molto in voga tempo addietro). Diversamente, la dieta del bambino svezzato in modo tradizionale risulta più facilmente monotona.

Ma cosa succede se in famiglia si è abituati a mangiare male?
Per male si intende cibi molto insaporiti, eccessivamente lavorati, pasti poco bilanciati.
Beh, in questo caso purtroppo il bambino svilupperà delle preferenze non propriamente salutari.

  1. Che effetti ha l’autosvezzamento sulle madri?

Diciamo che le madri che optano per l’autosvezzamento solitamente si pongono con un atteggiamento sereno che viene trasmesso anche al bambino. Le madri più ansiose invece sembrano più favorevoli ad adottare lo svezzamento tradizionale perché sentono di camminare su un terreno più controllabile.

Quindi, a chi va l’Oscar per il miglior modo di svezzare?
La scienza a questo punto si defila e dice che sono necessari ulteriori studi per capire cosa effettivamente sia meglio.

Dal mio punto di vista c’è un terzo metodo che potrebbe godere (tra i due “litiganti”) e uscirne abbastanza bene: quello dello svezzamento naturale.
Una pacifica via di mezzo tra i due che unisce la qualità del cibo alla prudenza tipica delle mamme “ansiose”. Non si usano infatti i babyfood ma al bambino viene offerto lo stesso cibo che consuma il resto della famiglia. Si parte da alimenti che si adattano molto bene alla modalità purea per poi aumentare le consistenze in base alle capacità masticatorie del bimbo.

Chi svezza in questo modo non ha il problema di pesare gli ingredienti e di nutrire il bimbo sulla base di grammi e orari da tabella.
Se il bimbo non vuol mangiare non va forzato e mal che vada può ripiegare sul latte.
Non si deve impazzire con vasi e vasetti, farine e omogeneizzati. Semplicemente basterà aprire la dispensa (che sarà ben fornita e variegata) e usare la fantasia per creare un piatto sano e bilanciato per tutti.

A te cara Mamma dico: non importa che metodo di svezzamento deciderai di usare per il tuo bimbo, non importa se verrai etichettata madre di serie A o di serie B, se sei ansiosa o “scialla”, se farai autosvezzamento soltanto nei mesi pari oppure svezzamento tradizionale a settimane alterne.
Sappi che puoi disorientare le tue amiche scegliendo di essere anche una madre di serie C, mischiando i due metodi e fregandotene di tutte le discussioni.   

Non so se vincerai mai un oscar per il miglior svezzamento dell’anno, ma sono certa che farai il possibile per dare il meglio al tuo bambino. Avrai comunque la cucina immersa nel casino e la pappa sparsa dalla punta dei capelli a quella dei piedi.

Usa sempre il buonsenso e dai retta al tuo istinto.
Buono svezzamento a tutte!

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5934812/

D’Auria E, Bergamini M, Staiano A, et al. Baby-led weaning: what a systematic review of the literature adds on. Italian Journal of Pediatrics. 2018;44:49. doi:10.1186/s13052-018-0487-8.

Francesca Rigon – Autrice – cura la rubrica “Una mamma per nutrizionista”

Mamma di Raffaele dal primo giorno del 2018. Mi sono laureata in Biologia Evoluzionistica a Padova nel 2009, dove ho conseguito anche un Dottorato di Ricerca in Bioscienze e Biotecnologie. Nel 2012 ho frequentato un Master Internazionale in Nutrizione e Dietetica con una tesi sullo svezzamento nel 2017 presso l’Università Politecnica delle Marche.

Mi occupo di nutrizione da circa 3 anni. L’interesse per l’alimentazione nei più piccoli è una passione relativamente recente che fonda le sue radici nella scoperta dell’esistenza di Raffaele. Quindi perché non unire due grandi mondi, l’essere mamma e l’essere nutrizionista, in un’unica realtà da condividere con altre mamme?

Gestisco un gruppo chiuso su Facebook “NUNA: Nutrirsi Naturalmente”, dove le persone possono porre domande in totale riservatezza. Ho aperto l’omonimo BLOG dove approfondisco temi di alimentazione e riporto i dati dei più recenti studi pubblicati nelle riviste scientifiche, dando concretezza e fondamento ad ogni informazione riportata o discussa.

Certa che sarà un’avventura che mi permetterà di crescere assieme a molte persone, sono lieta di potermi occupare di questa rubrica e di poter mettere a disposizione un po’ del mio sapere.

Fluoroprofilassi: le linee guida OMS

Cosa raccomandano le linee guida dell’Organo Mondiale della Sanità (OMS) sulla Fluoroprofilassi

fluoroprofilassi

Fluoro sì o fluoro no? Una delle domande più frequenti tra le neomamme che si chiedono se sia davvero necessario somministrare al bambino l’integratore di fluoro, abitualmente prescritto dal pediatra, a partire dai primissimi mesi di vita.

Vediamo cosa raccomanda, in base alle evidenze scientifiche, l’OMS (Organo Mondiale della Sanità)

La fluoroprofilassi, intesa come prevenzione della carie attraverso l’utilizzo del fluoro, rappresenta la pietra miliare della prevenzione della carie ed è necessaria per tutti gli individui. (Forza della raccomandazione A – Grado dell’evidenza I)

Negli anni, sono stati sviluppati diversi mezzi di somministrazione del fluoro, ognuno dei quali con diverse concentrazioni, frequenze di uso e posologie (acqua fluorata, latte, sale, compresse, gocce, dentifrici, gel, vernici ecc.).

A oggi, l’effetto preventivo del fluoro dopo lo spuntare dei denti, ottenuto attraverso la via di somministrazione topica, è considerato più efficace rispetto a quello ottenuto prima che i denti spuntino, ottenuto attraverso la via di somministrazione sistemica.

La fluorazione delle acque è una misura preventiva adottata in vari Paesi e la concentrazione di fluoro nell’acqua considerata ottimale per la prevenzione della carie.
In Italia, la fluorazione delle acque potabili è assente e il consumo di acque minerali è elevato. Il fluoro assunto attraverso tali fonti raramente raggiunge la quantità ottimale. (QUI è reperibile il contenuto dello ione fluoro, espresso in mg/l, nelle più diffuse acque minerali reperibili in Italia.)

Anche la somministrazione di fluoro mediante la dieta ha dato risultati contrastanti e non esiste un’evidenza scientifica certa.
I mezzi di fluoroprofilassi maggiormente utilizzati sono quelli per via topica (dentifrici, collutori o gel); questa via di somministrazione, inoltre, è in grado di fornire concentrazioni molto più elevate di fluoro rispetto a quelle contenute, ad esempio, nell’acqua potabile.

Il declino della prevalenza della carie registrato nei paesi industrializzati è stato principalmente attribuito all’incremento della diffusione dei dentifrici fluorati. Il dentifricio fluorato, quindi, rappresenta un mezzo di somministrazione di primaria importanza nella prevenzione della carie.
Gli individui in tenera età, tuttavia, non sapendo ancora controllare efficacemente il riflesso della deglutizione, tendono a ingerire involontariamente parte del dentifricio apportato durante le manovre di igiene orale domiciliare, con conseguente assorbimento sistemico.

Un’assunzione eccessiva e protratta nel tempo di fluoro, (acqua fluorata, dentifricio, supplementi fluorati, latte in formula) durante l’età pediatrica può essere causa di fluorosi dentale, patologia che si manifesta con macchie dello smalto.

Esistono alcune prove in base alle quali iniziare a usare un dentifricio fluorato prima dei 12 mesi di vita del bambino può essere associato a un maggior rischio di fluorosi. Esiste, inoltre, forte evidenza che l’uso di dentifricio che contiene almeno 1000 ppm di fluoro fino a 5/6 anni di età è associato ad un incremento del rischio di fluorosi. E’, quindi, consigliabile un’accurata supervisione della quantità di dentifricio fluorato somministrato al bambino nei primi anni di vita da parte del genitore per ridurre al minimo il rischio di fluorosi.

Sulla base di innumerevoli studi epidemiologici, l’OMS sottolinea che, qualunque sia la fonte di fluoro utilizzata, è quasi impossibile ottenere benefici in termini di prevenzione della carie senza dar luogo a forme, se pur lievi, di fluorosi. Per massimizzare l’effetto benefico del fluoro contenuto nel dentifricio, è consigliabile non risciacquare o ridurre al minimo il risciacquo, dopo lo spazzolamento.

Gli integratori fluorati devono essere prescritti dal pediatra nei casi di oggettiva difficoltà alla somministrazione topica di fluoro attraverso il dentifricio o come metodica di fluoroprofilassi aggiuntiva nei soggetti a rischio di carie. Tale modalità di fluoroprofilassi richiede tuttavia una compliance elevata da parte della famiglia.

Fino all’età di 6 anni, pertanto, due possono le modalità di somministrazione:

1) dentifricio in dose pea-size (misura di un pisello): Dai 6 mesi ai 6 anni di età, la fluoroprofilassi può essere effettuata attraverso l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, 2 volte al giorno, in dose pea-size
(Forza della raccomandazione A – Grado dell’evidenza I)

2) integratori, dopo valutazione dell’assunzione di fluoro da altre fonti:  Nei casi di oggettiva difficoltà all’uso del dentifricio come unica metodica di fluoroprofilassi e nei soggetti ad alto rischio di carie come metodica aggiuntiva all’uso del dentifricio:
– da 6 mesi ai 3 anni: somministrare 0,25 mg/die di fluoro con gocce;
– da 3 a 6 anni: somministrare 0,50 mg/die di fluoro con gocce o pastiglie.
(Forza della raccomandazione C – Grado dell’evidenza VI)

Riassumendo:

E’ raccomandato non iniziare la fluoroprofilassi prima dello spuntare dei denti (circa 6 mesi).

Dallo spuntare dei denti fino ai 3 anni, utilizzare un dentificio contenente almeno 1000 ppm di fluoro, 2 volte al giorno, in dose pea-size (quantità pari ad un pisello).

L’assunzione eccessiva di Fluoro in età pediatrica può portare alla fluorosi dentale.

Nei soggetti ad alto rischio di carie potrà essere prescritta un’integrazione di fluoro.

Fonte e approfondimenti: linee guida fluoroprofilassi oms