100 e più buone ragioni per regalare un libro ad un bambino

“Riempite le case e le scuole dei libri. Colmate le stanze di albi illustrati, enciclopedie e raccolte d’arte. Un libro per un bambino vale più di cento giochi. Un libro per un bambino può essere scintilla d’infinito”.

Serendipità – Associazione Lilliput (Osimo)

 

Illustrazione di Gennine Zlatkis

Il Natale si avvicina. I giorni che ci dividono dal gioioso giorno di festa sono sempre meno. Lo percepiamo anche senza controllare il calendario o il cellulare. Le vetrine dei negozi hanno da tempo ricreato spazi “innevati”, tra i prodotti esposti si intravedono i tipici animali che tanto ci ricordano i boschi e l’inverno: cervi, orsi di tutte le misure, scoiattoli, pettirossi, gufi…E’ un tripudio di rosso, oro, verde. Conifere vere o artificiali riempiono le case e gli spazi pubblici insieme alle amate e caratteristiche luminarie, che tanto fanno quella sensazione di “festa collettiva” per il solo fatto di essere accese.

Più il tempo passa e più ci sopraggiunge nel cuore il dilemma dei regali. La lista è lunga: figli, genitori, parenti e amici. Corriamo alla ricerca di un regalo per ciascuno.

Ovviamente (e ancora per fortuna) tra i regali più gettonati ci sono anche i libri. Nel periodo natalizio il numero degli acquisti in questo settore schizza alle stelle eppure i dati statistici derivati da interviste e rilevazioni ci dicono che in Italia i non lettori aumentano e che il 30% degli intervistati non legge a causa della mancanza di tempo.

In ogni caso il settore dell’editoria sta crescendo e sviluppandosi. I dati positivi ci sono:  è aumentato il numero di case editrici, rispetto al 2010 sul mercato ci sono 755 nuove case editrici che cercano un posticino per il loro marchio e per il loro progetto editoriale sugli scaffali delle librerie di tutta la Penisola e non solo.

Nel nostro Paese ogni anno vengono pubblicati circa 6.000 nuovi titoli dedicati alla letteratura per l’infanzia e i ragazzi (albi illustrati e narrativa). E qui viene il difficile. In tutto questo “mare” di libri e pubblicazioni come ci orientiamo?

Cosa distingue un buon libro da un libro meno buono?

Cosa ci guida nella scelta e nell’acquisto di un libro per i nostri bambini?

Recentemente ho avuto il piacere di partecipare ad un seminario di formazione tenuto da Alessia Napolitano, libraia e formatrice della Libreria Radice-Labirinto di Carpi (MO) ed organizzato dalla Biblioteca Civica “G. Bedeschi” di Arzignano (VI) durante la settimana nazionale “Nati per Leggere 2018”.

Illustrazione di Gennine Zlatkis

Il titolo era affascinante ma allo stesso tempo impegnativo “Il Passepartout. Accedere al senso critico del lettore e aprire la porta dell’infanzia” (il seminario fa parte di un ciclo più ampio di incontri “Nuove chiavi per leggere e pensare la letteratura per bambini e ragazzi” https://www.radicelabirinto.it/formazione/i-seminari-dal-vivo/nuove-chiavi/)

L’infanzia è stato il fulcro di tutta la giornata, partendo da due domande che possono sembrare molto banali ma che racchiudono in sé un potere enorme: dov’è il bambino? Quale infanzia andiamo cercando?

Alessia Napolitano introduce e spiega anche nel suo blog quello che spesso accade: “Meditavo sul fatto che per molti adulti che entrano in libreria le memorie d’infanzia sono spesso stereotipate, come se di fronte all’acquisto di un libro ( e forse non solo in questa circostanza) essi perdessero la capacità di ricondursi al loro sé bambino. Una sorta di indicibilità acquisita, una difficoltà cioè non tanto intrinseca all’infanzia, ma alla memoria, che non sa più ricordare e raccontarsi davvero, come se un’infanzia altra (o di qualcun altro) si sovrapponesse inesorabilmente alla propria. Ma di quest’altra infanzia, così canonizzata, e così assoluta e così paradossalmente impersonale, si trovano ovunque immagini e parole ( e a buon mercato!) perché il commercio ha bisogno di vendere e quindi di veicolare sapori, odori, sensazioni, emozioni …peccato che i ricordi costruiti in questo modo siano fittizi o peggio – perché i più difficili da sradicare – idealizzati”.

Che parole associamo al termine “Infanzia”? Abbiamo provato durante il seminario, ad occhi chiusi, una sorta di brainstorming ma senza problemi da risolvere. Eravamo una ventina di persone diverse e la lettura dell’elenco di parole è stato alla fine l’atto di chiusura del seminario.

Alla parola “Infanzia” abbiamo associato solo termini “positivi” riconducibili a ricordi offuscati  della nostra: sole, risate, bicicletta, giallo, nonni, scuola, gioia, regali, Natale, neve, festa, giocattoli, coccole, mamma, amici ecc….

E pian piano nell’analisi concreta, attraverso la lettura di alcuni titoli, abbiamo via via scoperto che la nostra idea di infanzia è spesso influenzata da concetti introdotti dal mondo dei consumi, dalla moda del momento, da pregiudizi e da giudizi esterni.

L’infanzia, come ci viene presentata dalla televisione, dai film, dai cartoni animati, negli oggetti che quotidianamente compriamo e anche nei libri, risulta essere idealizzata, emozionale, sentimentalista, edulcorata, estasiata.

Ci siamo tutti sorpresi di quanto le immagini veicolate dalla nostra società contemporanea siano così totalizzanti e minino i concetti più puri e vicini al cuore, fino ad arrivare a sostitursi a ricordi, a sensazioni, a pensieri nostri autentici.

E’ faticoso riaccuffare quell’io bambino, comporta una grande fatica quasi una lotta ad uscire da una melma che ormai ci ha inghiottito giorno per giorno. La nostra idea di infanzia e di come dovrà essere quella dei nostri bambini potrebbe essere compromessa per sempre in quest’ottica, ma la speranza di poter ritrovare quanto smarrito non deve spegnersi.

illustrazione di Gerda Muller

Ed è proprio da qui che bisogna ripartire quando scegliamo o regaliamo un libro per un bambino.

Una buona storia è come un bosco di sentieri nel quale si aprono una multitudine di scelte. Non deve avere per forza lo scopo di insegnare o avere una morale. Le vere storie lasciano la libertà anche di non prendere nulla.

Come un sasso nello stagno

Ci sono 100 e più buone ragioni per regalare un libro ad un bambino ma siete voi che dovete fare la differenza. Non fidatevi solo delle pubblicità e degli sconti, entrate dentro i libri che siete in procinto di comprare. Toccate la fattura della carta, la qualità delle illustrazioni, sviscerate le parole che compongono il testo e sentite se qualcosa stona…andate oltre continuate ad investigare e a domandare al vostro io: dov’è il bambino?

Non andate al supermercato a comprare i libri, andate in una libreria. Condividete con i librai i vostri dubbi, le vostre perplessità e le vostre domande sui prodotti dell’editoria che vi stanno vendendo. Dialogate perchè possiate trovare il sentiero che desiderate percorrere ma allo stesso tempo lasciarvi alle spalle. E fatelo fare anche ai vostri bambini.

Uno dei più grandi ostacoli che poniamo noi adulti è questo: ai bambini si legge solo ciò che possono comprendere appieno. Quanti libri scartiamo, censuriamo, modifichiamo convinti di fare un bene al nostro bambino, senza però riflettere di quante privazioni intellettuali impoveriamo il suo entusiamo.

Regalando un libro e/o leggendolo insieme stiamo regalando anche PAROLE. Le parole non sono solo significato. Sono in primo luogo SUONO.

Ancora una volta Gianni Rodari è maestro nel coinvolgerci con una semplice immagine: un sasso lanciato in uno stagno.

Illustrazione di ELsa Beskow

«Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad avere tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere.» (Grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, 2017, pag. 11)

Illustrazione di Lennart Helje

Anche una singola parola può produrre molto, può creare pensieri perchè da “belle” parole si producono “bei” pensieri, che nella nostra società stanno via via scomparendo, lasciando un deserto di idee e di concetti che ci assopisce e ci fa addormentare di fronte al mondo che ci circonda. Questa ragione è la prima della mia lista…e per voi, qual è la vostra?

 


Mariairene Didoni – Autrice –

Mamma di Matilde e appassionata di libri e d’arte.

Sono laureata in Storia dell’Arte e conservazione dei beni artistici e sin da piccola il mondo dei libri e dell’illustrazione mi ha sempre affascinato. Mi dedico alla pittura ad acquerello e all’organizzazione di letture condivise per bambini come volontaria presso la Biblioteca del quartiere di Anconetta, succursale della sede centrale di Vicenza della Biblioteca Civica Bertoliana.

Ho seguito diversi seminari e corsi di formazione nell’ambito della promozione della lettura per tutte le età a partire dalla primissima infanzia ma anche dalle letture al pancione durante la gravidanza.

Sono diventata “Lettore Custode” grazie alla formazione ideata e realizzata da Alessia Napoletano presso la sua Libreria per l’Infanzia “Radice-Labirinto” di Carpi (MO). La metodologia del “Lettore custode” è in via di definizione e sperimentazione e si prefigge lo scopo di infondere l’amore per le storie e la lettura.Diventare mamma mi ha dato la possibilità di riscoprire e riassaporare le mie diverse passioni e mi ha portato a “rileggere” nel vero senso della parola una lunga lista di libri, ripartendo dagli albi illustrati e dai grandi classici della letteratura per l’infanzia e per i ragazzi, oltre ad altri libri non convenzionali.

La mia mente ha sempre fame di parole e di immagini che facciano vibrare le corde del cuore e dell’anima.

Con la rubrica “Un mondo di cose da leggere” vorrei accompagnarvi e aiutarvi a far visita al vostro “io” bambino/bambina e a condividere con tutta la vostra famiglia le potenzialità che la lettura e i libri possono offrire.

“Vorrei che tutti leggessero. Non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”. (Gianni Rodari)

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare!

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare! Guida ai prerequisiti del linguaggio e alla loro importanza

In alcune situazioni, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli o immaturi, il fatto di non parlare rappresenta la classica “punta dell’iceberg”: in realtà, infatti, oltre al linguaggio espressivo, a volte possono mancare anche una serie di competenze di base, definite prerequisiti, senza le quali lo sviluppo del linguaggio può risultare particolarmente difficile.

Interazione con l’ambiente

È importante che il bambino dimostri di essere interessato agli stimoli ambientali, che possono essere di natura visiva, uditiva, tattile ecc. e che in qualche modo cerchi di riprodurre gli stimoli che gli hanno creato una sensazione piacevole (es. rumore delle palline inserite nei giochi di stoffa) mentre cercherà di allontanare, spesso col pianto, ciò che gli provoca paura o dolore.

Allo stesso tempo, il bambino ci farà capire che gli scambi comunicativi che ha con l’adulto di riferimento gli provocano piacere, ricercando l’attenzione del genitore e reagendo in maniera costante agli stimoli che gli arrivano (risata in reazione alla faccia buffa del papà).

In questo modo il bambino interagisce con l’ambiente e con le persone che lo circondano: ricordiamoci che la comunicazione è tale se avviene tra almeno due persone.

Per aiutare il bambino in questa fase, è importante non lasciarlo solo per tempi troppo lunghi, ma al contrario affiancarlo nell’esplorazione dell’ambiente, condividendo con lui oggetti ed esprimendo il proprio commento a riguardo, cercando di rendere piacevole e divertente l’interazione.

Rispetto dei turni nella conversazione

Non è necessario essere un oratore per sostenere una conversazione degna di tale nome, anzi.

Qualsiasi tipo di comunicazione si basa su alcuni punti comuni e irrinunciabili: il rispetto dell’alternanza dei turni è uno di questi.

Se il bambino (o l’adulto) non rispettano le pause necessarie ad ascoltare l’altra parte, sarà molto difficile sostenere uno scambio reciprocamente utile, perché si tratterà più di un monologo.

Questa capacità gode moltissimo del modellamento da parte dell’adulto, che dovrà per primo impegnarsi per non prevaricare sulla produzione del bambino, che, soprattutto se molto piccolo, sarà caratterizzata da scambi di sguardo o di oggetti.

Di attività per educare alla turnazione ce ne sono un’infinità: dal lancio della palla (io a te poi tu a me), alla pista per le macchinine (tu le metti io do il via), alle attività quotidiane in cui il bambino può inserirsi anche se normalmente non predisposte al turno: caricare la lavatrice un capo per ciascuno o sistemare le mollette sui fili alternandosi, ad esempio.

La parola magica per rendere tutto più bello? “ANCORA?

Gioco simbolico e di costruzione

Attraverso il gioco il bambino impara tantissimo, non solo a livello linguistico.

Il “fare finta di” è una tappa importante nello sviluppo cognitivo del bambino, che inizia ad operare ragionamenti e similitudini tra oggetti e persone. Ecco quindi che la scopa diventa un cavallo, che il bambolotto ha bisogno di cure materne per guarire dalla febbre e che dei cuscini formano le mura resistenti di una fortezza segreta.

Dal punto di vista linguistico il gioco del fare finta fornisce una quantità innumerevole di stimoli, oltre a permettere un’ottima possibilità di interazione con i pari e con gli adulti.

Dal punto di vista cognitivo ci permette di capire che il nostro bambino sta imparando ad utilizzare le informazioni salienti degli oggetti e delle situazioni per poterle poi rappresentare anche nel momento del gioco.

Se al posto del cavallo utilizza la scopa e non il tavolo, ad esempio, è perché la sua immaginazione gli ha permesso di identificare nella scopa la proprietà (teorica) della “cavalcabilità”, cosa che non potrebbe certo fare con il tavolo. Avete mai visto un bambino cullare una pentola? Direi di no. Ecco, il concetto è lo stesso.

Molto importante è anche il gioco di costruzione, di unione. Un bambino le cui attività preferite sono il distruggere, lo svuotare e il tirar via difficilmente riuscirà a costruire un linguaggio in produzione adeguato.

È quindi fondamentale il passaggio al gioco di costruzione, dalla classica torre al ponte alle costruzioni logiche, che permettono al bambino di unire i pezzi fisicamente e fare altrettanto con le sillabe e le parole.

In questo momento in genere il bambino inizia a rimanere impegnato nei suoi giochi per un tempo relativamente lungo (dai 10 minuti ai 60 e oltre) e la sua richiesta di presenza dell’adulto potrebbe via via diventare meno pressante.

Se il bambino non sembra interessato a questo genere di attività, potete cercare di inserirvi nelle sue routine di gioco e creare delle attività ad hoc sul fare finta e sull’imitazione delle costruzioni.

Imitazione

La capacità di imitare è alla base dello sviluppo del bambino.

Imparano a dire “mamma” guardandone il volto e le labbra mentre si chiudono e si aprono; imparano a mettersi le scarpe guardando il genitore che mostra come fare; imparano ad andare in macchina imitando il comportamento di chi lo sa già fare (e ovviamente lo faranno anche e soprattutto per tutto quello che non dovrebbero imparare.. ma questo è un altro paio di maniche).

Di fatto, il bambino che imita tanto è un bambino che comunica tanto.

Spesso copiano alcuni comportamenti perché ne riconoscono l’effetto sociale, cioè capiscono il collegamento tra azione e reazione, sia essa positiva o negativa: quante volte di fronte ad una nostra espressione imbronciata i bambini ripetono nuovamente l’azione appena svolta e che ha provocato in noi quella reazione? Non lo fanno perché sono dispettosi (o forse sì, ma pazienza) ma semplicemente perché vogliono essere certi che le due cose siano collegate.

Per incentivare l’imitazione non esiste attività migliore delle smorfie!

Uso del gesto

Al pari dell’imitazione, l’uso del gesto rappresenta un requisito di fondamentale importanza.

Il bambino che usa il gesto è un bambino che trova il modo di comunicare prima di saper parlare. L’indicare, il fare “ciao” con la manina, il protendere la mano per ricevere qualcosa.. sono tutti esempi di comunicazione!

Fin da piccolissimi i bambini tendono ad allungare gli oggetti verso il genitore, quasi a volerlo donare, salvo poi ritirarlo se l’adulto prova a prenderlo dalle loro mani: questo perché l’intento del bambino non è quello di dare l’oggetto ma piuttosto quello di richiedere informazioni a riguardo.

Non è un caso se, di solito, tra i primi insegnamenti che vengono dati ai genitori in fase di valutazione logopedica c’è proprio quello di inserire il gesto “dammi”. Naturalmente, per usare i gesti il bambino deve saper imitare quello che vede.

Uno tra i gesti più significativi è l’indicare: quando un bambino indica tanto e trova un genitore collaborante ha grandissime possibilità di sviluppare un linguaggio migliore rispetto a chi non usa questo gesto.

È importante però rispondere bene di fronte all’indicazione.

Il bambino che indica il cielo perché vede un aereo vorrà sapere come chiamare quell’oggetto la prossima volta che lo vede, quindi dovrà sentire prima la parola “aereo” e poi, in caso, tutto il resto delle informazioni che riteniamo di volergli dare.

È un discorso semplice da spiegare: se sto cercando di imparare una lingua straniera e mostro al mio interlocutore la tazzina del caffè è perché ho bisogno di sapere che nella sua lingua “caffè” si dice “coffee”, ma se inizia a dirmi “oh yes this is a coffee cup, if you want one you have to….” mi sarò già perso tra il mare di parole e non avrò capito come fare per ordinarmi un caffè la prossima volta (cosa, peraltro, piuttosto pericolosa nel mio caso specifico!).

Comprensione del messaggio

È un fatto naturale che la comprensione preceda la produzione, ma molte volte anche questo ambito risulta poco sviluppato nei bambini che tardano ad iniziare a parlare.

La quasi totalità dei genitori riferisce che il proprio bambino capisce tutto quello che gli si dice, ma va tenuto presente che molto spesso i messaggi che vengono dati ai bambini sono circondati da un contesto molto favorevole: dall’indicazione (vai di là, indicando la stanza) all’accento posto su determinate parole, alla semplificazione estrema del messaggio.

Oltretutto, sempre più spesso, le interazioni tra genitori e figli sono caratterizzate da comportamenti direttivi dei primi nei confronti dei secondi, che non vengono considerati come parti attive nella comunicazione.

Provate a pensare all’ultima frase che avete rivolto ai vostri figli: molto probabilmente si sarà trattato di un ordine a fare o non fare qualcosa – “Dai mettiti le scarpe”, “Veloce mangia quel biscotto”, “Non toccare quello che ti fai male”. Questo tipo di scambi ha impoverito moltissimo le interazioni, riducendo anche l’abitudine dei figli di ascoltare e capire il messaggio se non viene posto nelle modalità “standard”.

Ecco quindi che anche in questo caso l’approccio del genitore è di fondamentale importanza. Perché, se educato a farlo, il bambino comprende bene e meglio se viene incluso nel messaggio.

“Cosa ti manca da indossare?” vale quanto un “mettiti le scarpe”, ma comunica molto di più.


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

SPECCHIO RIFLESSO!

SPECCHIO RIFLESSO!
Quando i bambini scrivono al contrario: perché accade e cosa fare.

Chiunque abbia a che fare con bambini di 5-6 anni avrà visto o sentito parlare di scrittura speculare, cioè di numeri, lettere o intere parole scritte al contrario.

Questo potrebbe inizialmente far pensare di avere in casa un piccolo erede di Leonardo da Vinci, ma poi la sfrenata voglia di sapere e il caro “buon” Google potrebbero far sprofondare i genitori nell’ansia: forse non è abbastanza intelligente? Sarà dislessico? Avrà difficoltà visive?

La realtà è che la scrittura a specchio è una cosa estremamente comune nei bambini tra i 5 e i 7 anni e, contrariamente a quanto si possa pensare, non esiste alcun legame tra intelligenza e scrittura a specchio.

Emisferi cerebrali e simmetrie

Secondo alcuni studi americani del secolo scorso, ogni volta che vediamo un oggetto nuovo (quindi anche una lettera dell’alfabeto), questo viene memorizzato nell’emisfero cerebrale destro; ne viene anche creata una copia speculare nell’altro emisfero sinistro, per permetterci di riconoscere le simmetrie. Non essendosi ancora stabilita nel bambino una dominanza emisferica e, conseguentemente, dovendo fare i conti con la difficoltà a distinguere le simmetrie, è alta la probabilità che venga richiamata una memoria “errata” (la lettera speculare) al posto di quella corretta. Con la progressiva maturazione del cervello, il bambino imparerà ad utilizzare l’emisfero dominante senza più “errori”, e pertanto il fenomeno della scrittura a specchio tenderà a scomparire in maniera naturale.

Lateralità manuale

Alcuni studi più recenti hanno legato il fenomeno soprattutto alla lateralità manuale (“chi scrive con la sinistra ha una maggiore tendenza alla scrittura speculare”).

Il bambino mancino sembra essere più propenso a scrivere da destra a sinistra (in modo da avere la possibilità di leggere la parola appena scritta senza coprirla con la mano), ma, studi che hanno preso in considerazione ampie popolazioni, hanno notato fenomeni di scrittura speculare anche in molti bambini che scrivono con la destra, soprattutto tra i 5 e i 7 anni, rendendo questa ipotesi poco indicativa.

Direzionalità della scrittura e orientamento delle lettere

La teoria attualmente più accreditata sostiene che il bambino con scrittura speculare farebbe fatica a capire che la direzionalità della lettera ha un valore identificativo. Così come un oggetto qualsiasi, ad esempio una scarpa, rimane tale anche se orientata diversamente o ribaltata, anche una lettera o un numero, se capovolti, dovrebbero mantenere la loro “entità”.

Questa capacità di generalizzazione è un processo molto importante che definisce un passaggio evolutivo nella sua elaborazione cognitiva di uno stimolo visivo. Arrivato a questo punto, però, il bambino deve “disimparare” questa generalizzazione quando si tratta delle lettere o dei numeri, perché una lettera scritta specularmente è considerata errata o cambia di significato. Ma perché la scrittura speculare si manifesterebbe soprattutto su certe lettere e non (o meno) su altre?

La nostra scrittura segue un orientamento sinistra-destra e la maggior parte delle lettere latine (quelle del nostro codice scritto) ha un gambo verticale e una o più appendici attaccate alla sua destra (D – B – F ecc.), così come molti numeri si sviluppano verso destra, ad esempio 3, 6 o 7. Quindi, i bambini che ricordano la forma di una lettera o di un numero ma che dimenticano il suo orientamento sinistra/destra tendono a produrre l’orientamento che hanno osservato essere il più comune, nel nostro caso quello verso destra. Ai bambini viene insegnato raramente in modo esplicito che esistano tali somiglianze visive tra le forme delle lettere, ma la loro propensione a sbagliare a favore della maggiore probabilità suggerisce che le raccolgono implicitamente.

Scrittura speculare e apprendimento

In nessuno studio recente viene indicata correlazione tra inversione e specularità nella fase iniziale dell’apprendimento della letto-scrittura e l’insorgenza di disturbi specifici dell’apprendimento nelle successive fasi. Diventa però un campanello d’allarme quando persiste anche in classi successive alla seconda elementare, dai 7/8 anni: in questo caso, soprattutto se non si presenta come unico difetto nel processo di apprendimento, potrebbe essere indicato un approfondimento diagnostico per escludere eventuali DSA.

Ma è opportuno fare qualcosa per aiutare i bambini in questa fase?

In realtà, trattandosi per lo più di una fase transitoria, l’indicazione generale è di non intervenire, onde evitare di focalizzare l’attenzione del bambino su errori che non può controllare creando inutile ansia. Piuttosto, potrebbe essere utile fornire, al bambino che inizia ad avvicinarsi al codice scritto, tutte le lettere e i numeri scritti correttamente in un supporto da cui possa attingere ogni volta che ne senta la necessità, come ad esempio un alfabetiere figurato.


BIBLIOGRAFIA

Fischer JP, Koch AM. (2016), Mirror writing in 5- to 6-year-old children: The preferred hand is not the explanation.Laterality. 21(1):34-49.

Fischer JP (2017), Character Reversal in children: the prominent role of writing direction, Read Writ. 30:523-542

Suitner, C., & Maass, A. (2016). Spatial agency bias: Representing people in space. Advances in Experimental Social Psychology, 53, 245–301. doi: 10.1016/bs.aesp.2015.09.004.


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Aiuto! Il mio bambino non parla!

Aiuto! Il mio bambino non parla! Cosa fare quando le parole si fanno attendere.

Molto spesso le mamme di bambini “parlatori tardivi” (o late talkers) che si rivolgono al pediatra in cerca di supporto per capire come poter aiutare il proprio bambino a parlare si sentono rispondere che “è presto, aspettiamo l’asilo che magari si sblocca!”

Vediamo insieme i motivi per cui non sempre aspettare così tanto può essere positivo.

IL BAMBINO NON E’ UNA CASSAFORTE.

Di conseguenza, nessun bambino si può “sbloccare”.

Il linguaggio è una funzione specifica e che segue delle tappe di sviluppo, in maniera solitamente fluida e senza troppi impicci, ma può capitare che in alcuni momenti questo sviluppo rallenti o sembri addirittura arrestarsi.

L’importante è che, nonostante un linguaggio poco utile, il bambino mantenga la volontà comunicativa (sguardo, indicazione, vocalizzo..).

Il motivo per cui molto spesso viene consigliato di aspettare l’inizio della scuola dell’infanzia, prima di rivolgersi ad uno specialista, sta nel fatto che molti bambini vengono affidati alle cure di famigliari o asili nido fin da piccolissimi, riuscendo a creare una comunicazione comprensibile alle figure di riferimento che fungono spesso da traduttori e non rendendo quindi necessario un miglioramento della produzione linguistica.

Il passaggio ad un’altra realtà potrebbe favorire uno sviluppo del linguaggio proprio perché il contesto diverso mette il bambino nella condizione di dover trovare nuove tecniche per farsi capire dalle insegnanti.

Questo però non significa che automaticamente, varcata la soglia della scuola, il bambino imparerà a parlare bene ma solamente che, nel giro di qualche mese, potreste assistere ad un’evoluzione del linguaggio a cui non eravate preparati.

IL RISVOLTO EMOTIVO

Se è vero che spesso con l’inizio della scuola dell’infanzia molti bambini migliorano moltissimo il loro linguaggio, è altrettanto da considerare l’aspetto emotivo del “non parlare”.

Molti bambini che non riescono a spiegarsi sono infatti spesso etichettati come “chiusi, introversi” o, al contrario, come “maneschi e violenti”. Ma non sono né una né l’altra cosa, probabilmente: sono semplicemente dei bambini che non sanno spiegare a parole quello che vorrebbero e passano quindi, nella maggioranza dei casi, alla comunicazione primordiale (ed universalmente compresa), cioè quella con le mani.

“Se non riesco a spiegarti che quel gioco non me lo devi portare via, ti mordo la mano e lo capisci”

“Se ho fame e sono in Russia ma non parlo russo, uso il gesto di massaggiarmi la pancia e qualcuno di sicuro mi capirà”

I due messaggi utilizzano entrambi lo stesso canale, con i dovuti filtri di cui la vita ci dota man mano che cresciamo, rendendoci capaci di capire quali gestualità siano accettate e quali invece decisamente sconvenienti (anche se non sempre ci applichiamo).

Il bambino che non riesce a spiegare quello che desidera è molte volte un bambino frustrato, che si sente impotente e spesso incompetente: non si sente un comunicatore degno di attenzione. E questo aspetto andrebbe sempre valutato, a prescindere da qualsiasi consiglio ricevuto.

QUANDO PREOCCUPARSI

Nella mia quasi decennale esperienza sono giunta ad una conclusione: è meglio sentirsi dire che “è troppo presto” piuttosto che “è troppo tardi”. Naturalmente, le due indicazioni di cui sopra dovrebbero arrivare da professionisti specializzati nel campo, non dall’amica con 15 figli che “ne sa” o dal fruttivendolo “che è stato anche lui dislessico perché non parlava”. (N.d.r.: il dislessico è chi non sa leggere, nulla ha a che fare con le difficoltà linguistiche!)

Il linguaggio orale ha alla base una catena di competenze che si sviluppano già nella vita intrauterina. Di conseguenza, se ad un bambino non bastano 3 anni per imparare a parlare la sua lingua madre, forse c’è qualcosa che glielo impedisce. Ad esempio, potrebbe non sentire bene, oppure potrebbe avere il frenulo troppo corto o le adenoidi ingrossate. Oppure ancora potrebbe non aver capito il motivo per cui dovrebbe spiegarsi a voce. Le variabili sono davvero tante e difficili da generalizzare.

In linea di massima, quando a 2 anni il bambino non parla se non per chiamare “mamma e papà”, se utilizza preferibilmente il canale gestuale, se non appare interessato alla ripetizione allora un consulto con una logopedista potrebbe essere utile.

Quando si rivolgono a me mamme di bambini sotto i 3 anni, la presa in carico è globale, si accoglie l’intera famiglia, non si lavora sul bambino direttamente ma si cerca di modellare le modalità comunicative dei genitori, che imparano “come si fa” a stimolare il linguaggio del loro bambino e diventano i veri protagonisti di tutte le nuove acquisizioni del loro bambino.

Se invece il vostro bambino dice qualche parolina e volete ascoltare il consiglio del pediatra, rimandando il consulto logopedico a dopo l’inizio della scuola dell’infanzia, prestate attenzione all’evoluzione linguistica del vostro bambino: già a Natale dovreste assistere ad un incremento tangibile sia qualitativo che quantitativo delle parole e frasi prodotte. Se così non fosse, forse è arrivato il momento di rivolgersi allo specialista.

“Quando il tempo passato a non parlare è poco e la presa in carico è precoce, i tempi (e i costi) di recupero sono minori come migliori sono i risultati!”


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Parola alla logopedista

A cura di Silvia De Cao

 

Parola alla logopedista, rubrica rivolta ai genitori che hanno dubbi, domande e curiosità sul linguaggio dei propri figli.

Leggi tutti gli articoli!

Aiuto! Il mio bambino non parla!

 

 

 

Chi ha paura dell’ottorino?

 

 

 

 

Specchio  riflesso

 

 

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare!

 

 

 


Silvia De Cao – Autrice – 
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Chi ha paura dell’ottorino?