“Mamma mi leggi una storia?”

“Mamma mi leggi una storia?”

L’importanza della lettura condivisa per lo sviluppo del linguaggio

Tutti noi sappiamo quanto sia importante la lettura ad alta voce per i bambini, ce lo sentiamo dire da sempre e il più delle volte ci limitiamo a prendere un libro a caso e leggerlo. Semplice no? Ma quello che spesso non facciamo è fermarci a pensare al perché leggere sia così importante e quali implicazioni questa abitudine possa avere nello sviluppo del bambino. E non parlo soltanto dello sviluppo linguistico, ma di moltissime altre sfumature dello sviluppo.

Ma perché leggere a bambini piccoli, che non sono in grado di capire una storia? E soprattutto, cosa e come leggere loro? Vediamolo insieme.

L’importanza comunicativa della lettura

Quando si legge ai bambini, il primo interesse dell’adulto lettore dovrebbe essere rivolto alla comunicazione del messaggio letto. Un bimbetto di un anno, ad esempio, non saprà trarre grandi cose da un “Cappuccetto Rosso” narrato per filo e per segno. Ne guadagnerà sicuramente di più dal nostro commento all’immagine, dal nostro “oh! Un lupo!” con espressione ad occhi sgranati, dalla nostra capacità di imitare un lupo che ulula. Ci accorgeremo presto di quanto velocemente il suo sguardo si sposti dalla pagina alla nostra faccia per rivedere ancora una volta, o due o tre, quell’espressione o sentire quel verso che tanto gli piace.

Questa si chiama comunicazione non verbale e solitamente precede quella verbale. I libri devono essere un mezzo di comunicazione interattiva tra adulto e bambino e non un esercizio di decifrazione a cui sottoporlo o, peggio ancora, un modo di fargli ripetere mille volte una parola solo per il gusto di sentirla dire.

Ecco perché i libri per bambini molto piccoli sono perfetti quando contengono prevalentemente immagini e poche parole, ancora meglio se sono legati ad esperienze quotidiane, per rendere facilmente generalizzabili le parole che via via riescono ad imparare. (Saper pronunciare ‘spinosauro’ ha ben poche speranze di tornare utile, se sei un 2enne che vive in centro città.  Ma magari saper chiedere ‘acqua’ potrebbe risparmiarti un bel po’ di fatica!). Di solito riscuotono grande successo anche i libri “interattivi”, vedi “Un libro” di Tullet, in cui il bambino diventa attore protagonista di quanto accade, o almeno è ciò che percepisce.

Il mio consiglio è quindi quello di scegliere libri interessanti proprio per il loro contenuto comunicativo, rapportando la nostra lettura alle effettive capacità comunicativo-linguistiche del bambino e rimandando il racconto vero e proprio a quando il linguaggio del bambino gli permetterà di seguirci.

L’aspetto emotivo e le implicazioni cognitive della lettura condivisa

Certamente l’aspetto a cui tutti pensiamo quando parliamo di lettura è quello relativo allo sviluppo del linguaggio: più libri leggo, più il mio bambino sentirà parole nuove e prima parlerà. In realtà l’equazione non è sempre così lineare. Perché prima che la storia, al bambino interessa la condivisione, l’aspetto quindi emotivo della lettura. Se leggere un libro significa avere del tempo esclusivo con il genitore, un momento rilassante con coccole extra..a chi non piacerebbe? Naturalmente occorre riagganciarsi a quanto detto sopra, sottolineando che è indispensabile rendere interessante la lettura per il nostro bambino per poter godere di questo momento di scambio.

La capacità di seguire un racconto, sia esso letto o narrato, va educata e sostenuta senza imposizioni, perché non si tratta di una competenza totalmente innata e ugualmente presente in tutti i bambini. Richiede infatti che il bambino possa contare su una minima capacità attentiva a livello uditivo che, a sua volta, potrà poi trovare giovamento nella lettura e potranno vedersi aumentati i tempi di attenzione.

Come leggere ai bambini?

Sappiate anzitutto che è del tutto normale che alla prima occasione il bambino utilizzi un libretto cartonato per ciucciarlo o come scalino per arrivare più in alto. Si tratta comunque di una forma di avvicinamento, di conoscenza del materiale: lasciamoglielo fare, ma mostriamogli anche quale sia il modo più consono di utilizzarlo.

Ecco qualche utile indicazione per genitori.

  1. SCEGLIERE UN LIBRO ADEGUATO.

Il che significa “adattare la proposta a quello che il bambino è in grado di accettare”. Per piccolissimi scegliete libri cartonati, con un’immagine singola per ogni pagina, meglio se relativa a parole e ambienti che può conoscere e sperimentare (casa, scuola, fare pipì ecc.). Ottimi i libri interattivi, quelli in cui “succede qualcosa”, da Tullet ai libri con le finestrelle o i buchi. L’importante è che, una volta capito come funziona, il bambino possa contare sul sapere cosa succede dopo. La previsione è utile sia per i piccoli, che imparano ad utilizzare lo sguardo per ottenere un effetto (nesso causa-effetto, ti guardo e tu fai il lupo) sia per quando iniziano a parlare e potranno essere loro a fare il lupo.

Tenete conto che è del tutto normale che alla prima occasione il bambino utilizzi un libretto cartonato per ciucciarlo o come scalino per arrivare più in alto. Si tratta comunque di una forma di avvicinamento, di conoscenza del materiale: lasciamoglielo fare, ma mostriamogli anche quale sia il modo più consono di utilizzarlo.

  1. POSIZIONE “OCCHI AD OCCHI”.

La migliore posizione per leggere ad un bambino è quella che permette di guardare in faccia il genitore e al tempo stesso di sentirsi accolto. Quindi, gambe incrociate e bambino con la schiena appoggiata ad un nostro braccio o gamba, oppure sdraiati sul letto fianco a fianco…l’importante è che il piccolo possa trovare i nostri occhi senza doversi girare di 180 gradi. Libro, ovviamente, ben visibile ad entrambi e, se ne è in grado, in mano sua.

  1. COMMENTARE INVECE CHE LEGGERE.

Soprattutto con i piccolissimi il commento alle figure risulta più interessante della lettura nel senso stretto. È probabile che al bambino interessi più girare le pagine piuttosto che ascoltare. In questo caso possiamo limitarci a fargli notare un’immagine nella pagina e poi lasciare che sperimenti in maniera libera. Sfogliandolo, probabilmente si soffermerà di nuovo sulla pagina di prima. Con i più grandicelli, invece, ben venga il racconto della storia, lasciando però libertà di interrompere per domande o pensieri: è segno che la storia li sta interessando.

  1. LASCIAR SCEGLIERE AL BAMBINO.

Frase che può essere letta anche come “preparatevi ad imparare a memoria il loro libro preferito”! È storia comune che i bambini spesso e volentieri si affezionino ad un testo e pretendano che si rilegga ogni sera lo stesso. Ciò non deve essere visto come una limitazione, anzi, è un’occasione in più per ascoltare parole e frasi conosciute e imparare a farle proprie, sapendole poi utilizzare al bisogno.

  1. FARE UN GIRO IN BIBLIOTECA.

Molti libri indicati per l’infanzia possono non incontrare il gusto del nostro bambino, quindi la biblioteca potrebbe essere un ottimo punto di partenza per capire cosa piaccia al nostro bambino senza per questo riempire la casa di libri.

Letture consigliate: consiglio vivamente la lettura del libretto “Parole in bocca”, di Bresciani, Brunetta e altri, Medea Editore. Un piccolo vademecum con tantissime indicazioni su cosa e come leggere ai bambini nella fascia 0-36 mesi

 

 

Bibliografia:

Aram, D., & Besser, S. (2009). Early literacy interventions: Which activities to include? At 10 what age to start? And who will implement them? Infancia y Aprendizaje / Journal 11 for the Study of Education and Development.

Ard, L. M., & Beverly, B. L. (2004). Preschool word learning during joint book reading: 14 Effect of adult questions and comments. Communication Disorders Quarterly.

Zoe M. Flack, Andy P. Field & Jessica S. Horst (2016). The Effects of Shared Storybook Reading on Word Learning: A Meta-Analysis. University of Sussex.
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Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare!

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare! Guida ai prerequisiti del linguaggio e alla loro importanza

In alcune situazioni, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli o immaturi, il fatto di non parlare rappresenta la classica “punta dell’iceberg”: in realtà, infatti, oltre al linguaggio espressivo, a volte possono mancare anche una serie di competenze di base, definite prerequisiti, senza le quali lo sviluppo del linguaggio può risultare particolarmente difficile.

Interazione con l’ambiente

È importante che il bambino dimostri di essere interessato agli stimoli ambientali, che possono essere di natura visiva, uditiva, tattile ecc. e che in qualche modo cerchi di riprodurre gli stimoli che gli hanno creato una sensazione piacevole (es. rumore delle palline inserite nei giochi di stoffa) mentre cercherà di allontanare, spesso col pianto, ciò che gli provoca paura o dolore.

Allo stesso tempo, il bambino ci farà capire che gli scambi comunicativi che ha con l’adulto di riferimento gli provocano piacere, ricercando l’attenzione del genitore e reagendo in maniera costante agli stimoli che gli arrivano (risata in reazione alla faccia buffa del papà).

In questo modo il bambino interagisce con l’ambiente e con le persone che lo circondano: ricordiamoci che la comunicazione è tale se avviene tra almeno due persone.

Per aiutare il bambino in questa fase, è importante non lasciarlo solo per tempi troppo lunghi, ma al contrario affiancarlo nell’esplorazione dell’ambiente, condividendo con lui oggetti ed esprimendo il proprio commento a riguardo, cercando di rendere piacevole e divertente l’interazione.

Rispetto dei turni nella conversazione

Non è necessario essere un oratore per sostenere una conversazione degna di tale nome, anzi.

Qualsiasi tipo di comunicazione si basa su alcuni punti comuni e irrinunciabili: il rispetto dell’alternanza dei turni è uno di questi.

Se il bambino (o l’adulto) non rispettano le pause necessarie ad ascoltare l’altra parte, sarà molto difficile sostenere uno scambio reciprocamente utile, perché si tratterà più di un monologo.

Questa capacità gode moltissimo del modellamento da parte dell’adulto, che dovrà per primo impegnarsi per non prevaricare sulla produzione del bambino, che, soprattutto se molto piccolo, sarà caratterizzata da scambi di sguardo o di oggetti.

Di attività per educare alla turnazione ce ne sono un’infinità: dal lancio della palla (io a te poi tu a me), alla pista per le macchinine (tu le metti io do il via), alle attività quotidiane in cui il bambino può inserirsi anche se normalmente non predisposte al turno: caricare la lavatrice un capo per ciascuno o sistemare le mollette sui fili alternandosi, ad esempio.

La parola magica per rendere tutto più bello? “ANCORA?

Gioco simbolico e di costruzione

Attraverso il gioco il bambino impara tantissimo, non solo a livello linguistico.

Il “fare finta di” è una tappa importante nello sviluppo cognitivo del bambino, che inizia ad operare ragionamenti e similitudini tra oggetti e persone. Ecco quindi che la scopa diventa un cavallo, che il bambolotto ha bisogno di cure materne per guarire dalla febbre e che dei cuscini formano le mura resistenti di una fortezza segreta.

Dal punto di vista linguistico il gioco del fare finta fornisce una quantità innumerevole di stimoli, oltre a permettere un’ottima possibilità di interazione con i pari e con gli adulti.

Dal punto di vista cognitivo ci permette di capire che il nostro bambino sta imparando ad utilizzare le informazioni salienti degli oggetti e delle situazioni per poterle poi rappresentare anche nel momento del gioco.

Se al posto del cavallo utilizza la scopa e non il tavolo, ad esempio, è perché la sua immaginazione gli ha permesso di identificare nella scopa la proprietà (teorica) della “cavalcabilità”, cosa che non potrebbe certo fare con il tavolo. Avete mai visto un bambino cullare una pentola? Direi di no. Ecco, il concetto è lo stesso.

Molto importante è anche il gioco di costruzione, di unione. Un bambino le cui attività preferite sono il distruggere, lo svuotare e il tirar via difficilmente riuscirà a costruire un linguaggio in produzione adeguato.

È quindi fondamentale il passaggio al gioco di costruzione, dalla classica torre al ponte alle costruzioni logiche, che permettono al bambino di unire i pezzi fisicamente e fare altrettanto con le sillabe e le parole.

In questo momento in genere il bambino inizia a rimanere impegnato nei suoi giochi per un tempo relativamente lungo (dai 10 minuti ai 60 e oltre) e la sua richiesta di presenza dell’adulto potrebbe via via diventare meno pressante.

Se il bambino non sembra interessato a questo genere di attività, potete cercare di inserirvi nelle sue routine di gioco e creare delle attività ad hoc sul fare finta e sull’imitazione delle costruzioni.

Imitazione

La capacità di imitare è alla base dello sviluppo del bambino.

Imparano a dire “mamma” guardandone il volto e le labbra mentre si chiudono e si aprono; imparano a mettersi le scarpe guardando il genitore che mostra come fare; imparano ad andare in macchina imitando il comportamento di chi lo sa già fare (e ovviamente lo faranno anche e soprattutto per tutto quello che non dovrebbero imparare.. ma questo è un altro paio di maniche).

Di fatto, il bambino che imita tanto è un bambino che comunica tanto.

Spesso copiano alcuni comportamenti perché ne riconoscono l’effetto sociale, cioè capiscono il collegamento tra azione e reazione, sia essa positiva o negativa: quante volte di fronte ad una nostra espressione imbronciata i bambini ripetono nuovamente l’azione appena svolta e che ha provocato in noi quella reazione? Non lo fanno perché sono dispettosi (o forse sì, ma pazienza) ma semplicemente perché vogliono essere certi che le due cose siano collegate.

Per incentivare l’imitazione non esiste attività migliore delle smorfie!

Uso del gesto

Al pari dell’imitazione, l’uso del gesto rappresenta un requisito di fondamentale importanza.

Il bambino che usa il gesto è un bambino che trova il modo di comunicare prima di saper parlare. L’indicare, il fare “ciao” con la manina, il protendere la mano per ricevere qualcosa.. sono tutti esempi di comunicazione!

Fin da piccolissimi i bambini tendono ad allungare gli oggetti verso il genitore, quasi a volerlo donare, salvo poi ritirarlo se l’adulto prova a prenderlo dalle loro mani: questo perché l’intento del bambino non è quello di dare l’oggetto ma piuttosto quello di richiedere informazioni a riguardo.

Non è un caso se, di solito, tra i primi insegnamenti che vengono dati ai genitori in fase di valutazione logopedica c’è proprio quello di inserire il gesto “dammi”. Naturalmente, per usare i gesti il bambino deve saper imitare quello che vede.

Uno tra i gesti più significativi è l’indicare: quando un bambino indica tanto e trova un genitore collaborante ha grandissime possibilità di sviluppare un linguaggio migliore rispetto a chi non usa questo gesto.

È importante però rispondere bene di fronte all’indicazione.

Il bambino che indica il cielo perché vede un aereo vorrà sapere come chiamare quell’oggetto la prossima volta che lo vede, quindi dovrà sentire prima la parola “aereo” e poi, in caso, tutto il resto delle informazioni che riteniamo di volergli dare.

È un discorso semplice da spiegare: se sto cercando di imparare una lingua straniera e mostro al mio interlocutore la tazzina del caffè è perché ho bisogno di sapere che nella sua lingua “caffè” si dice “coffee”, ma se inizia a dirmi “oh yes this is a coffee cup, if you want one you have to….” mi sarò già perso tra il mare di parole e non avrò capito come fare per ordinarmi un caffè la prossima volta (cosa, peraltro, piuttosto pericolosa nel mio caso specifico!).

Comprensione del messaggio

È un fatto naturale che la comprensione preceda la produzione, ma molte volte anche questo ambito risulta poco sviluppato nei bambini che tardano ad iniziare a parlare.

La quasi totalità dei genitori riferisce che il proprio bambino capisce tutto quello che gli si dice, ma va tenuto presente che molto spesso i messaggi che vengono dati ai bambini sono circondati da un contesto molto favorevole: dall’indicazione (vai di là, indicando la stanza) all’accento posto su determinate parole, alla semplificazione estrema del messaggio.

Oltretutto, sempre più spesso, le interazioni tra genitori e figli sono caratterizzate da comportamenti direttivi dei primi nei confronti dei secondi, che non vengono considerati come parti attive nella comunicazione.

Provate a pensare all’ultima frase che avete rivolto ai vostri figli: molto probabilmente si sarà trattato di un ordine a fare o non fare qualcosa – “Dai mettiti le scarpe”, “Veloce mangia quel biscotto”, “Non toccare quello che ti fai male”. Questo tipo di scambi ha impoverito moltissimo le interazioni, riducendo anche l’abitudine dei figli di ascoltare e capire il messaggio se non viene posto nelle modalità “standard”.

Ecco quindi che anche in questo caso l’approccio del genitore è di fondamentale importanza. Perché, se educato a farlo, il bambino comprende bene e meglio se viene incluso nel messaggio.

“Cosa ti manca da indossare?” vale quanto un “mettiti le scarpe”, ma comunica molto di più.


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

SPECCHIO RIFLESSO!

SPECCHIO RIFLESSO!
Quando i bambini scrivono al contrario: perché accade e cosa fare.

Chiunque abbia a che fare con bambini di 5-6 anni avrà visto o sentito parlare di scrittura speculare, cioè di numeri, lettere o intere parole scritte al contrario.

Questo potrebbe inizialmente far pensare di avere in casa un piccolo erede di Leonardo da Vinci, ma poi la sfrenata voglia di sapere e il caro “buon” Google potrebbero far sprofondare i genitori nell’ansia: forse non è abbastanza intelligente? Sarà dislessico? Avrà difficoltà visive?

La realtà è che la scrittura a specchio è una cosa estremamente comune nei bambini tra i 5 e i 7 anni e, contrariamente a quanto si possa pensare, non esiste alcun legame tra intelligenza e scrittura a specchio.

Emisferi cerebrali e simmetrie

Secondo alcuni studi americani del secolo scorso, ogni volta che vediamo un oggetto nuovo (quindi anche una lettera dell’alfabeto), questo viene memorizzato nell’emisfero cerebrale destro; ne viene anche creata una copia speculare nell’altro emisfero sinistro, per permetterci di riconoscere le simmetrie. Non essendosi ancora stabilita nel bambino una dominanza emisferica e, conseguentemente, dovendo fare i conti con la difficoltà a distinguere le simmetrie, è alta la probabilità che venga richiamata una memoria “errata” (la lettera speculare) al posto di quella corretta. Con la progressiva maturazione del cervello, il bambino imparerà ad utilizzare l’emisfero dominante senza più “errori”, e pertanto il fenomeno della scrittura a specchio tenderà a scomparire in maniera naturale.

Lateralità manuale

Alcuni studi più recenti hanno legato il fenomeno soprattutto alla lateralità manuale (“chi scrive con la sinistra ha una maggiore tendenza alla scrittura speculare”).

Il bambino mancino sembra essere più propenso a scrivere da destra a sinistra (in modo da avere la possibilità di leggere la parola appena scritta senza coprirla con la mano), ma, studi che hanno preso in considerazione ampie popolazioni, hanno notato fenomeni di scrittura speculare anche in molti bambini che scrivono con la destra, soprattutto tra i 5 e i 7 anni, rendendo questa ipotesi poco indicativa.

Direzionalità della scrittura e orientamento delle lettere

La teoria attualmente più accreditata sostiene che il bambino con scrittura speculare farebbe fatica a capire che la direzionalità della lettera ha un valore identificativo. Così come un oggetto qualsiasi, ad esempio una scarpa, rimane tale anche se orientata diversamente o ribaltata, anche una lettera o un numero, se capovolti, dovrebbero mantenere la loro “entità”.

Questa capacità di generalizzazione è un processo molto importante che definisce un passaggio evolutivo nella sua elaborazione cognitiva di uno stimolo visivo. Arrivato a questo punto, però, il bambino deve “disimparare” questa generalizzazione quando si tratta delle lettere o dei numeri, perché una lettera scritta specularmente è considerata errata o cambia di significato. Ma perché la scrittura speculare si manifesterebbe soprattutto su certe lettere e non (o meno) su altre?

La nostra scrittura segue un orientamento sinistra-destra e la maggior parte delle lettere latine (quelle del nostro codice scritto) ha un gambo verticale e una o più appendici attaccate alla sua destra (D – B – F ecc.), così come molti numeri si sviluppano verso destra, ad esempio 3, 6 o 7. Quindi, i bambini che ricordano la forma di una lettera o di un numero ma che dimenticano il suo orientamento sinistra/destra tendono a produrre l’orientamento che hanno osservato essere il più comune, nel nostro caso quello verso destra. Ai bambini viene insegnato raramente in modo esplicito che esistano tali somiglianze visive tra le forme delle lettere, ma la loro propensione a sbagliare a favore della maggiore probabilità suggerisce che le raccolgono implicitamente.

Scrittura speculare e apprendimento

In nessuno studio recente viene indicata correlazione tra inversione e specularità nella fase iniziale dell’apprendimento della letto-scrittura e l’insorgenza di disturbi specifici dell’apprendimento nelle successive fasi. Diventa però un campanello d’allarme quando persiste anche in classi successive alla seconda elementare, dai 7/8 anni: in questo caso, soprattutto se non si presenta come unico difetto nel processo di apprendimento, potrebbe essere indicato un approfondimento diagnostico per escludere eventuali DSA.

Ma è opportuno fare qualcosa per aiutare i bambini in questa fase?

In realtà, trattandosi per lo più di una fase transitoria, l’indicazione generale è di non intervenire, onde evitare di focalizzare l’attenzione del bambino su errori che non può controllare creando inutile ansia. Piuttosto, potrebbe essere utile fornire, al bambino che inizia ad avvicinarsi al codice scritto, tutte le lettere e i numeri scritti correttamente in un supporto da cui possa attingere ogni volta che ne senta la necessità, come ad esempio un alfabetiere figurato.


BIBLIOGRAFIA

Fischer JP, Koch AM. (2016), Mirror writing in 5- to 6-year-old children: The preferred hand is not the explanation.Laterality. 21(1):34-49.

Fischer JP (2017), Character Reversal in children: the prominent role of writing direction, Read Writ. 30:523-542

Suitner, C., & Maass, A. (2016). Spatial agency bias: Representing people in space. Advances in Experimental Social Psychology, 53, 245–301. doi: 10.1016/bs.aesp.2015.09.004.


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
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Chi ha paura dell’otorino?

Chi ha paura dell’otorino?
Guida alle figure professionali che si occupano della valutazione e del trattamento dei disturbi e dei ritardi del linguaggio (ma non solo)

Quando un genitore decide di iniziare un percorso di valutazione del linguaggio per il proprio bambino si può trovare spaesato tra visite, professionisti e percorsi proposti, senza riuscire a capire bene quale sia la strada giusta da seguire.

Ecco quindi un breve scritto per cercare di mettere un po’ di ordine, fermo restando che l’ultima parola spetta all’AULSS di appartenenza.

A chi bisogna rivolgersi per una valutazione del linguaggio?

Innanzitutto occorre differenziare il percorso con l’ASL (convenzionato) da quello privato.

Nel primo caso occorre rivolgersi al CUP, dove verrà richiesta l’impegnativa da parte del pediatra per poter iniziare il percorso di valutazione.

Ogni ASL ha regole diverse (ma anche la stessa può variare le proprie direttive nel tempo) quindi è opportuno richiedere direttamente al centralino quali siano le visite da fare.

Solitamente viene previsto un primo incontro con i soli genitori per aprire la cartella clinica del bambino, che verrà in seguito sottoposto a visita neuropsichiatrica, psicologica e logopedica per avere un quadro generale della situazione; non in tutte le ASL sono previste di prassi la visita foniatrica e quella otorinolaringoiatrica, anche se spesso vengono richieste e quindi svolte privatamente dalle famiglie.

Verrà quindi rilasciata una valutazione scritta e il bambino verrà inserito in lista d’attesa per essere richiamato per il trattamento (con tempi che variano da pochi mesi a 2 anni circa).

Diversa è la questione se ci si rivolge privatamente: dopo un primo incontro con la logopedista, viene deciso con la famiglia, in base alle caratteristiche del bambino, a quale professionista sia più opportuno rivolgersi per poter avere un’indicazione clinica e terapeutica.

Va precisato, infatti, che il logopedista NON PUÒ emettere alcuna diagnosi, non essendo medico, ma può stilare un progetto terapeutico in base a quanto scritto sulla diagnosi rilasciata, appunto, dal medico.

Esiste anche una terza via, in realtà: il centro privato-convenzionato. Anche in questo caso occorrerà informarsi sul percorso previsto dalla struttura contattando direttamente il centralino.

Chi è il neuropsichiatra? E in cosa consiste una sua visita?

Il nome altisonante non deve spaventare, il neuropsichiatra infantile (detto anche NPI) è un medico specializzato per la valutazione dello sviluppo psicomotorio generale e delle sue difficoltà.

È la figura professionale per eccellenza quando si tratta di valutazioni di situazioni complesse, nell’ambito logopedico viene interpellato di fronte a ritardi linguistici importanti o ritardi generali dello sviluppo o ancora quando si sospetta una co-morbilità con altre patologie.

Durante la visita npi vengono valutate le funzioni di base e i riflessi, la grosso motricità e la fine motricità, la coordinazione, il gioco.. ricorda un po’ una visita pediatrica, solo più approfondita.

Quali sono le altre visite che possono risultare utili in caso di ritardo o disturbo del linguaggio?

Come prima indagine si consiglia sempre un esame audiometrico, spesso svolto durante la visita otorinolaringoiatrica (ORL), che ha lo scopo di verificare la capacità uditiva del bambino.

In base all’età del bambino può essere effettuato in cabina con le cuffie oppure in campo libero e può prevedere il riconoscimento di parole o suoni (vocale o tonale).

Durante la visita ORL, invece, viene valutata l’integrità del distretto testa-collo (frenulo linguale, frenulo labiale, tonicità generale), dell’orecchio (udito ed equilibrio), del naso (respirazione e apnee del sonno, adenoidi) e della gola (voce e deglutizione, eventuale ipertrofia delle tonsille).

Una volta appurata la buona capacità uditiva, si può decidere di rivolgersi al foniatra, che si occupa della diagnosi e del trattamento delle patologie della comunicazione, tra le quali rientrano le turbe della parola, del linguaggio e della voce, oltre ai disturbi della deglutizione.

Quali sono le figure professionali che possono intervenire nella valutazione e nella riabilitazione dei disturbi del linguaggio?

Naturalmente, la figura deputata a tale scopo è per eccellenza quella del logopedista. Tra i suoi compiti si trovano infatti quello della prevenzione, della valutazione e della cura delle patologie e dei disturbi della voce, del linguaggio, della comunicazione, della deglutizione e dei disturbi cognitivi connessi (relativi, ad esempio, alla memoria e all’apprendimento).

Il logopedista, lavorando solitamente in équipe con altri professionisti, è in grado di redigere un percorso di riabilitazione per obiettivi e con la collaborazione della famiglia può prendere in carico anche bambini molto piccoli per i quali sia necessario lavorare già a livello di prerequisiti al linguaggio orale.

Nel caso di bambini molto piccoli, poco collaborativi o per i quali si sospetti un ritardo psicomotorio, può essere utile il consulto del terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), che non è un medico, ma che provvederà alla valutazione generale dello sviluppo e potrà redigere un piano di lavoro personalizzato in base agli ambiti in cui ritiene più necessario un intervento (motricità globale e fine, attenzione, coordinazione..).


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
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Aiuto! Il mio bambino non parla!

Aiuto! Il mio bambino non parla! Cosa fare quando le parole si fanno attendere.

Molto spesso le mamme di bambini “parlatori tardivi” (o late talkers) che si rivolgono al pediatra in cerca di supporto per capire come poter aiutare il proprio bambino a parlare si sentono rispondere che “è presto, aspettiamo l’asilo che magari si sblocca!”

Vediamo insieme i motivi per cui non sempre aspettare così tanto può essere positivo.

IL BAMBINO NON E’ UNA CASSAFORTE.

Di conseguenza, nessun bambino si può “sbloccare”.

Il linguaggio è una funzione specifica e che segue delle tappe di sviluppo, in maniera solitamente fluida e senza troppi impicci, ma può capitare che in alcuni momenti questo sviluppo rallenti o sembri addirittura arrestarsi.

L’importante è che, nonostante un linguaggio poco utile, il bambino mantenga la volontà comunicativa (sguardo, indicazione, vocalizzo..).

Il motivo per cui molto spesso viene consigliato di aspettare l’inizio della scuola dell’infanzia, prima di rivolgersi ad uno specialista, sta nel fatto che molti bambini vengono affidati alle cure di famigliari o asili nido fin da piccolissimi, riuscendo a creare una comunicazione comprensibile alle figure di riferimento che fungono spesso da traduttori e non rendendo quindi necessario un miglioramento della produzione linguistica.

Il passaggio ad un’altra realtà potrebbe favorire uno sviluppo del linguaggio proprio perché il contesto diverso mette il bambino nella condizione di dover trovare nuove tecniche per farsi capire dalle insegnanti.

Questo però non significa che automaticamente, varcata la soglia della scuola, il bambino imparerà a parlare bene ma solamente che, nel giro di qualche mese, potreste assistere ad un’evoluzione del linguaggio a cui non eravate preparati.

IL RISVOLTO EMOTIVO

Se è vero che spesso con l’inizio della scuola dell’infanzia molti bambini migliorano moltissimo il loro linguaggio, è altrettanto da considerare l’aspetto emotivo del “non parlare”.

Molti bambini che non riescono a spiegarsi sono infatti spesso etichettati come “chiusi, introversi” o, al contrario, come “maneschi e violenti”. Ma non sono né una né l’altra cosa, probabilmente: sono semplicemente dei bambini che non sanno spiegare a parole quello che vorrebbero e passano quindi, nella maggioranza dei casi, alla comunicazione primordiale (ed universalmente compresa), cioè quella con le mani.

“Se non riesco a spiegarti che quel gioco non me lo devi portare via, ti mordo la mano e lo capisci”

“Se ho fame e sono in Russia ma non parlo russo, uso il gesto di massaggiarmi la pancia e qualcuno di sicuro mi capirà”

I due messaggi utilizzano entrambi lo stesso canale, con i dovuti filtri di cui la vita ci dota man mano che cresciamo, rendendoci capaci di capire quali gestualità siano accettate e quali invece decisamente sconvenienti (anche se non sempre ci applichiamo).

Il bambino che non riesce a spiegare quello che desidera è molte volte un bambino frustrato, che si sente impotente e spesso incompetente: non si sente un comunicatore degno di attenzione. E questo aspetto andrebbe sempre valutato, a prescindere da qualsiasi consiglio ricevuto.

QUANDO PREOCCUPARSI

Nella mia quasi decennale esperienza sono giunta ad una conclusione: è meglio sentirsi dire che “è troppo presto” piuttosto che “è troppo tardi”. Naturalmente, le due indicazioni di cui sopra dovrebbero arrivare da professionisti specializzati nel campo, non dall’amica con 15 figli che “ne sa” o dal fruttivendolo “che è stato anche lui dislessico perché non parlava”. (N.d.r.: il dislessico è chi non sa leggere, nulla ha a che fare con le difficoltà linguistiche!)

Il linguaggio orale ha alla base una catena di competenze che si sviluppano già nella vita intrauterina. Di conseguenza, se ad un bambino non bastano 3 anni per imparare a parlare la sua lingua madre, forse c’è qualcosa che glielo impedisce. Ad esempio, potrebbe non sentire bene, oppure potrebbe avere il frenulo troppo corto o le adenoidi ingrossate. Oppure ancora potrebbe non aver capito il motivo per cui dovrebbe spiegarsi a voce. Le variabili sono davvero tante e difficili da generalizzare.

In linea di massima, quando a 2 anni il bambino non parla se non per chiamare “mamma e papà”, se utilizza preferibilmente il canale gestuale, se non appare interessato alla ripetizione allora un consulto con una logopedista potrebbe essere utile.

Quando si rivolgono a me mamme di bambini sotto i 3 anni, la presa in carico è globale, si accoglie l’intera famiglia, non si lavora sul bambino direttamente ma si cerca di modellare le modalità comunicative dei genitori, che imparano “come si fa” a stimolare il linguaggio del loro bambino e diventano i veri protagonisti di tutte le nuove acquisizioni del loro bambino.

Se invece il vostro bambino dice qualche parolina e volete ascoltare il consiglio del pediatra, rimandando il consulto logopedico a dopo l’inizio della scuola dell’infanzia, prestate attenzione all’evoluzione linguistica del vostro bambino: già a Natale dovreste assistere ad un incremento tangibile sia qualitativo che quantitativo delle parole e frasi prodotte. Se così non fosse, forse è arrivato il momento di rivolgersi allo specialista.

“Quando il tempo passato a non parlare è poco e la presa in carico è precoce, i tempi (e i costi) di recupero sono minori come migliori sono i risultati!”


Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Parola alla logopedista

A cura di Silvia De Cao

 

Parola alla logopedista, rubrica rivolta ai genitori che hanno dubbi, domande e curiosità sul linguaggio dei propri figli.

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Aiuto! Il mio bambino non parla!

 

 

 

Chi ha paura dell’ottorino?

 

 

 

 

Specchio  riflesso

 

 

Dammi tre parole: sentire, guardare, giocare!

 

 

 


Silvia De Cao – Autrice – 
Laureata all’Università degli Studi di Verona nel 2008, ho seguito un corso di formazione annuale post-laurea sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del linguaggio e delle difficoltà dell’apprendimento della lettoscrittura.
Ho collaborato negli anni con Fondazioni e Associazioni per attività di screening precoce delle difficoltà di apprendimento.
Sono responsabile di progetti di screening per i disturbi specifici del linguaggio e di potenziamento delle abilità metafonologiche in diverse scuole materne e di laboratori per favorire lo sviluppo linguistico negli asili nido.
Sono l’ideatrice dello spazio “La logopedista risponde” sulla mia pagina Facebook, dove è possibile porre domande e ricevere una risposta gratuitamente.

Chi ha paura dell’ottorino?