Caterina e la nascita di Alessandra

Per la rubrica “Ti racconto il mio parto”, mamma Caterina racconta dell’arrivo della piccola Alessandra – 05/10/2017

Care mamme,

sono una delle madri MAR: Mamme A Rischio. Per entrambe le mie gravidanze ho dovuto tribolare, credo come ogni madre che rispecchi questo ruolo, ma quando sei una mamma a rischio, ti assale il senso di colpa per quella creatura che il tuo corpo rifiuta e che il tuo cuore e la tua mente vorrebbero ad ogni costo. Ed è proprio qualsiasi costo quello da pagare. L’allettamento, le cure, i continui controlli, il terrore al risveglio sporca di sangue e la speranza sempre che quel cuoricino batta ancora, ed aspettare con ansia, molta troppa ansia, di riascoltarlo battere.

Del primo parto ho un ricordo meraviglioso, nonostante l’episiotomia e i circa 40 punti. Ma ho deciso di raccontarvi il secondo parto, ancora più meraviglioso (si può dire?) del primo.

Premetto che sono una dalla soglia del dolore molto alta e questa cosa, nonostante sia invidiata molto, non mi ha sempre consentito di riconoscere quando è il momento di intervenire, in questo caso di partorire. Spesso nelle nostre confidenze di madri, ci troviamo a chiederci quale sia il momento giusto per andare in ospedale, quali siano le sensazioni che ti permettono di riconoscere che stai iniziando il travaglio. La risposta più comune è che te ne accorgi, che quel dolore difficilmente puoi confonderlo con altro. Ecco io posso dire che sia andata così la prima volta, ma la seconda proprio no, ma siamo arrivate giuste in tempo lo stesso 😉

Ho desiderato tanto questa gravidanza che non arrivava. E’ stata una gravidanza strapiena di eventi: vabbè la gravidanza a rischio in sé, che ogni giorno ti porta un pensiero, la decisione di partorire dai nonni in Sicilia, il trasferimento di tutta la famiglia, così sistema il grande, iscrivilo a scuola, parla con la psicologa per capire quanto madre di mxxxa sei… Poi arriva anche la bella notizia di un nuovo lavoro, quindi dimettiti dal tuo indeterminato decennale, fallo a distanza, col caldo, d’estate, al mare, con la connessione internet debole e la pancia sempre più abbondante. Una gravidanza in cui realmente non mi sono concentrata sulla mia bambina, o meglio si ovviamente, ma non nel concreto, non nel nuovo ruolo di mamma bis, non a distanza.

Sono pronta a partorire prima del termine, perché questo è sempre stato il mio terrore, perché il primo è nato in 39 settimane e perché “con i secondi si fa prima”. E invece Alessandra è arrivata a 40+0, dpp spaccata, una puntualità tutta la mamma.

Due giorni prima del parto, mi reco in ospedale per il 2° tracciato. Mi trattengono per contrazioni regolari e vicine, ma io, soglia del dolore alto, non ne do’ peso, non mi sento psicologicamente pronta a partorire. Alla visita risulto dilatata di due dita, direi 3/4 cm guardando le mani dell’ostetrica, tanto quanto ero dilatata del primo ad inizio travaglio. L’ostetrica mi dice che però non è ancora il momento e mi anticipa di “aiutarmi”. Così torno a casa con quello che capisco dopo essere stato lo scollamento delle membrane. Un dolore che perfino la mia sensibilità ha sentito. A casa partono contrazioni regolari ogni 5 minuti, correlate da dolori mestruali in pancia e nella schiena. Decido di tornare in ospedale solo dopo la perdita di sangue (e forse del tappo, non so, non ci capivo più nulla, a quella chi glielo aveva detto che io volevo partorire?!).

In ospedale passo tutto il pomeriggio, tra tracciati che via via si affievoliscono, visite e…malessere.

Torno a casa, liquidata con un “signora potremmo vederci tra un’ora come tra due giorni. Se sente contrazioni, venga subito”. Eh magari, na parola, non le sento, non le valuto.

Sto circa altre 24 ore col male, sangue e qualche contrazione, che la sera prima del parto si infittisce, ma il primogenito reclama attenzioni, ci sono i vestiti da preparargli per la scuola il giorno dopo, e la merenda, e la doccia, e la nanna.

Inizio il mio travaglio all’una di notte. Sento le contrazioni come movimenti della pancia, ma il dolore era sopportabile. Col primo lo ricordo bene il dolore delle contrazioni del travaglio. Queste non mi facevano sudare freddo, non mi facevano stringere forte le lenzuola sotto di me.

Decido che alle 4 è ora di andare in ospedale, dopo tre ore di contrazioni regolari ogni 10 minuti, con dolore per me sopportabile. Sveglio piano mio marito. Si rigira dall’altro lato. Mio figlio dorme lì con noi: non posso svegliarlo. Allora un’altra scrollatina al papà che guarda l’ora, mi guarda dritto in faccia e dice: “Che c’è?” E io: “Andiamo!”.

Il tempo della strada, della visita – “Signora è completamente dilatata, non c’è tempo, andiamo in sala parto” – Io: “No un attimo, ho preparato questa frase da qualche settimana, voi dovete farmi l’antibiotico per tampone vaginale positivo, e dovete farmelo subito!”.

Avevo una maglia nera lunga ed un leggins. Il giorno prima avevo chiesto scherzosamente a mio marito di stirarmi i capelli, perché così, in caso di parto, avrei avuto le foto alla Belen. Ma il vestito nero, no, non lo avevo previsto. Non c’era tempo. Non potevo spogliarmi. E quindi così in sala parto. Guardo mio marito dritto negli occhi affinchè capisse che non c’era tempo e doveva ancora registrarmi in pronto soccorso e prendere tutto in macchina.

Mi posizionano, mi fanno la flebo di antibiotico ed aspettiamo. Compilo tutto quanto la nostra burocrazia preveda, chiedendo solo un attimo all’atto della firma, perché avevo giusto una contrazione da parto. Mentre aspettiamo che finisca la flebo e che arrivi il mio ginecologo, scherziamo e parliamo, smorzando la tensione del momento. Io, l’ostetrica e la ginecologa prendiamo in giro mio marito, augurandoci tutte che la scienza faccia progressi ed un giorno possano partorire anche gli uomini. L’infermiere del nido ha già preparato la cartella tutta rosa e io esprimo il mio dubbio che possa essere un maschio. Parliamo di dieta, di vacanze, del fatto che volevo ancora aspettare a casa e “Complimenti signora, avrebbe fatto un bel parto casalingo!”.

Siamo pronti. La flebo è finita. La mia pressione bassa l’ha fatta circolare.

Ho un rapporto molto intenso di sguardi con l’ostetrica, che mi dice per filo e per segno cosa sta facendo. Mi rompe le acque. Primo forte dolore nell’espulsione, tanto che ho pensato “Col cavolo che torno per un terzo figlio, mai mai mai più, mai più”.

Mi somministra non ricordo cosa per accelerarmi le contrazione, che erano sempre ferme a una ogni 10 minuti. Ci siamo. Paura. Tanta.

L’ostetrica mi guarda dritta negli occhi e mi chiede: “Cosa dici, la facciamo nascere?”. Non so che ore sono. Vorrei che l’antibiotico avesse fatto effetto. Vorrei fosse tutto perfetto. Non sono pronta a sentire quel dolore. Non sarò brava a spingere, il primo me lo hanno espulso.

Parto, spingo, spingo più forte, perché in quel momento voglio che qualsiasi cosa stia passando da lì, passi in fretta. Ho urlato. Mi dicevano di fare piano, ma non potevo tenermi lì quel fagottino incastrato. E spingevo forte. Sento passare tutto il suo corpo. Col primo ho avuto la manovra fatta dal ginecologo, quindi non ho nemmeno sentito passare il suo corpicino, è stato un attimo. È stato bello, nel dolore, sentire il suo corpo. La sento piangere. Mio marito non lo vedo più. Sento che mi accarezza la testa e mi asciuga il sudore. L’infermiere ridendo mi conferma che è femmina e mi mostra. Mi preoccupo solo che pianga bene e che il papà la segua. Me la riportano. Ho male: devo espellere la placenta e considerano di darmi due punticini. Guardo mia figlia e chiedo se stia soffrendo alla notizia che aveva ingerito muchi. Mio marito mi saluta: vanno a farle il bagnetto. Finito tutto. Passato il dolore. Mi sistemano. Mi accompagnano in stanza. Per fortuna la maglia nera, pur se nera, era lunga da coprirmi il pannolone. L’ostetrica viene a controllarmi e mi bacia: “Vorrei augurarmi di rivederci, ma ho finito il turno e parto per le ferie, quindi meglio se non ci rivediamo che vorrebbe dire che sei ancora qua”. Il ginecologo se ne torna a casa, dicendomi che così posso fare altri 10 figli. Io resto dell’opinione in quel momento che non ci torno. Tanti complimenti, brava brava e veloce veloce.

Adesso ho qui il mio fagottino bellissimo, calma, mangiona e cacona 😉 Le mie prime foto sono con l’abito nero, subito in piedi, ma lei è una principessa. Il papà non ha fatto in tempo ad accorgersi, forse è convinto che vadano proprio così i parti.

Io se avessi spinto meno, non avrei avuto neanche quei due punti che cadranno da soli. Dico che dal travaglio in poi mi riescono cose bellissime, ma che il prima un po’ scoraggia. Ora non penso più che non vorrei mai più tornarci. Il dolore è passato e con esso la sua memoria.

Buoni parti a tutte! Siamo donne, siamo speciali. Forza e coraggio! Baci

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