AnnaLety e la nascita di Tommaso

A vederla da fuori, la nascita di Tommaso è invidiabile: primo figlio, tre ore tra travaglio e spinte, lacerazione minima con pochi punti e zero conseguenze, dimissioni anticipate alle 48 ore con allattamento più che avviato. Eppure io non ho un bel ricordo di quel momento, tanto che, spesso, ancora piango a pensarci.

Sarà che da sempre sento che l’ospedale non è il luogo dove far nascere i miei figli; che il parto, seppure sia un momento complesso, non è una malattia; che una donna deve restare tale, non trasformarsi automaticamente in una paziente appena entra in pronto soccorso. Fermo restando che riconosco tutto il bene che ha fatto la medicina, e che in determinate occasioni l’ospedale è una salvezza, per madre e figlio.

La mia esperienza inizia un paio di mesi prima del parto: era settembre 2012, da un paio di settimane avvertivo contrazioni addominali ogni ora, non dolorose eppure un po’ preoccupanti. Nonostante il riposo consigliatomi dal medico (nonché mia mamma), le contrazioni continuavano puntuali, fino a un venerdì sera, in cui si sono presentate ogni 15 minuti. Immaginate la preoccupazione! Chiamo la mamma che mi consiglia di farmi un giro in pronto soccorso ostetrico, tanto per scrupolo. Anche qui vale lo stesso discorso iniziale, visto da fuori è stata una visita di routine, vissuta in prima persona è stato un incubo. Vi dico solo questo: l’ostetrica di turno mi piazza il monitoraggio e se ne va senza dire una parola, e non si sentiva il battito del bimbo. Sempre senza dire niente, dopo un tempo che a me è sembrato infinito, l’ostetrica torna, sposta il sensore e finalmente sento il cuore del mio bambino. Per tutto il tempo del monitoraggio e della successiva visita, mi sono sentita trattata come un sacco di patate, senza alcuna dignità e senza il minimo riguardo non dico da empatia – scherziamo! – ma almeno da persone bene educate.

Nonostante questa esperienza negativa, cerco in tutti i modi di far rientrare nelle mie simpatie l’ospedale, visto che, per vari motivi, era lì che comunque avevo deciso di partorire. Alla fine, a un mese dal parto, visto che il panico da ospedale aumentava, decido di chiedere l’accompagnamento in ospedale a un’ostetrica privata, E. Questa è un’esperienza che consiglio, non tanto per il parto in sé, visto che l’ostetrica esterna è presente solo come sostegno morale, ma per l’accudimento prima e soprattutto dopo il parto: mi sono sentita coccolata, con un punto di riferimento sempre valido e una continuità terapeutica che purtroppo le strutture pubbliche non possono offrire.

La notte del dieci dicembre, proprio sul più bello del romanzo che stavo leggendo, arriva la prima contrazione. Dopo due minuti, ecco la seconda: come, due minuti? Cos’è sta storia? Al corso preparto…ahi, ecco la terza. Aspettiamo un po’, per capire cosa sta succedendo, ma dopo un’ora già non riesco più a parlare. Tocca a mio marito chiamare l’ostetrica E. e spiegarle la situazione: riesco a sibilarle di venire, perché non ci capisco niente e mal che vada le faccio fare un giro notturno della città. Appena E. arriva, mi si rompono le acque; le contrazioni sono così forti da farmi male ovunque, tanto da non sopportare nessun tipo di contatto, incluse le carezze che spontaneamente faresti nel vedere una persona prostrata dal dolore. Partiamo per l’ospedale, e senza passare dal pronto soccorso ostetrico ci fiondiamo in sala parto. Ricordo con simpatia la corsa in carrozzina, non riuscivo più a camminare, e l’aria fresca in viso mi faceva stare meglio, mi sembrava di essere un cane con la testa fuori dal finestrino e la lingua penzoloni.

Decisamente non ero in me, in quel momento, altrimenti sarei stata zitta e le cose sarebbero andate diversamente (e se mia nonna avesse le ruote…): delle tre ostetriche parate in attesa del mio arrivo, ne riconosco una, M., che fatalità era quella del monitoraggio messo male. Ovviamente le colleghe spingono lei ad assistermi, visto che “la conosco”. Tutte parlano delle meraviglie delle endorfine tra una contrazione e l’altra, io non so nemmeno cosa siano visto che M. insisteva per visitarmi dopo ogni spinta; avevo scelto di partorire accovacciata, e al dolore della visita di per sé, si aggiungeva la fatica, pure dolorosa, di alzarmi. Avevo anche la sensazione che questo mettermi in piedi rimandasse in su il bambino, vanificando i miei sforzi di farlo scendere.
M. interferiva anche a parole, fai questo, fai quello, ma non sai spingere…e io che riuscivo solo a gridare, con un’esplosione di parole in testa senza poterne dire nessuna.

Finalmente, non so come né perché, ho ripreso contatto con Tommaso: non ero lì da sola, c’era anche lui con me a lottare per nascere. Quella è stata la svolta, e due spinte dopo era nato.

La gioia di tenerlo finalmente in braccio è indescrivibile, tanto che non me ne importava niente di essere seduta sul pavimento – neanche me n’ero resa conto, finché un’infermiera mi ha fatta spostare sul lettino.
Ed ecco che M. torna alla carica, malmenandomi la pancia senza avvisare (ho urlato dal male fino 2 minuti fa, almeno avverti) – ok, aiuta a far uscire la placenta, non ho niente in contrario se devi ma non sto morendo dissanguata, non è un’emergenza e io ho il diritto di essere informata su cosa stai per farmi.

Sono sempre persa negli occhi di mio figlio, con mio marito sciolto al mio fianco, quando si parano di fronte a me M., ginecologa bardata con camice-guanti-maschera, e un numero imprecisato di infermiere, tutte a guardarmi l’origine du monde in attesa dell’uscita della placenta. “Signora, se avverte premiti, spinga” – spinga cosa, che là sotto non ho più un muscolo funzionante??
Dopo un tot, vogliono portarmi in sala operatoria per togliere la placenta. Sempre grata sarò ad E., che con prontezza e molta forza nei miei confronti (io ero stremata e avrei detto sì a tutto), mi fa alzare in piedi: ta-daaa, la placenta esce da sola. Dico, possibile che in due laureate (ginecologa e ostetrica) e almeno un altro paio di esperte infermiere, a nessuna sia venuto in mente di farmi alzare? Evidentemente, no.

Il resto è routine, punti, due ore di osservazione, reparto. Degenza in cui ho rischiato di morire di solitudine, visto che con la mia compagna di stanza non avevo nulla da spartire, nonostante i tentativi reciproci di fare amicizia. Il programma concordato con E. prevedeva l’uscita dopo le due ore di osservazione, ma avendo perso molto sangue mi ha consigliato di restare per sicurezza almeno fino al pomeriggio: io gasatissima durante il giorno allerto le infermiere e le ostetriche del reparto che sarei tornata a casa in anticipo, e invece mio marito arriva con la bella notizia “abbiamo allagato l’ufficio sotto casa, forse dobbiamo fare lavori pesanti in bagno, devi restare ancora qua“. Mi è venuto da piangere. Ho resistito altre 24 ore, poi bagno o no, sono tornata a casa.

Casa per me è stato avere mio marito vicino tutto il tempo, anche se lui lavorava nell’altra stanza; mia mamma che veniva a trovarmi dichiarandosi a mia completa disposizione; l’amica del cuore che, nonostante non possa sopportare i bambini, mi ha fatto compagnia con le sue chiacchiere; E. che veniva a trovarmi regolarmente e che mi insegnava a pesare il bambino, a lavarlo nel modo corretto, ma anche che mi faceva sfogare la delusione di un parto non proprio come desideravo, e che fugava tutti i miei dubbi sull’allattamento. Casa era il mio letto, il mio bagno, il mio spazio. Era avere il mio bambino a fianco a me, sempre.

Non ho dubbi: la prossima volta, se tutto va bene, parto in casa.

Anna e Tommaso

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